Non è ancora la Juve di Sarri: c'è l'ombra di Allegri
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Non è ancora la Juve di Sarri: c'è l'ombra di Allegri

Nel pari di Madrid si sono visti palleggio e possesso. Anche il predecessore però sapeva dominare le gare

Quanto c’è di Sarri nella Juventus? Quanto è rimasto di Allegri? La domanda che rivolgiamo invece a noi stessi è questa: quanto tempo andremo avanti con questa storia? Massimo fino a dicembre, poi basta. A quel tempo, o la Juve sarà diventata sarriana o ne riparleremo la prossima stagione. Promesso.

La Juve e gli attacchi esterni

Le prime quattro partite dei bianconeri (biancorossi a Firenze, azzurri a Madrid: il marketing calpesta storia e sentimenti) hanno dato indicazioni contraddittorie. A Parma, un accenno del gioco di Sarri si era visto con il segmento di destra (De Sciglio-Khedira-Douglas Costa) che ricordava da vicino il terzetto di sinistra dell’epoca napoletana Ghoulam-Hamsik-Insigne: si attacca da un lato per concludere al centro o sul lato opposto. Solo quello, nient’altro. Contro il Napoli, una rimonta tanto spaventosa che, se ci fosse stato Allegri al posto di Martusciello, sarebbero volate via giacca, cravatta, camicia e probabilmente i mocassini. A Firenze non c’era niente, nel senso che non c’era la Juve. Tutti a dire: non è la Juve di Sarri. Fosse stato quello il problema. Non era nemmeno la Juve di Allegri. Poi è arrivata Madrid e qualcosa si è visto, diciamo intravisto, delle idee del tecnico di Figline. A tratti un palleggio significativo, la volontà di impossessarsi della partita, di mettere sotto pressione l’avversario. Non ci spingeremmo oltre, tenendo presente alcune considerazioni. La prima: in Champions la Juve di Allegri ha giocato delle partite di grandezza assoluta proprio sul piano del controllo e del dominio. Siccome il calcio ha la memoria corta, molti ricordano l’ultima, la doppia sfida con l’Ajax, ma andando un pochino più indietro saltano fuori il 3-0 (3-1 su rigore al 90') di Madrid, ma nell’altro stadio e con l’altra squadra, il 3-0 sull’Atletico un anno fa, il 3-0 sul Barcellona con la doppietta di Dybala, il 3-0 al Westfalstadion contro il Borussia di Klopp, e tanto altro ancora. La Champions, negli anni di Allegri, è stata un terreno produttivo per la Juve delle due finali. La seconda: il primo dei due gol all’Atletico è arrivato in un modo che ricorda più il calcio di Allegri (e di Simeone...) che di Sarri, contropiede terrificante e gol con due passaggi e un tiro. Il secondo è stato un po’ più sarriano.

Il cambiamento di Sarri

Chi pensa che Sarri sia un integralista, un tecnico rigidamente orientato sulle sue idee tanto da escludere tutte le altre, si sbaglia. Anche Sarri cambia opinione, lo ha dimostrato a Empoli, a Napoli e anche a Londra. A Napoli, dove la sua maturazione è giunta al punto più alto, il suo gioco riempiva gli occhi perché a metà campo aveva giocatori tecnici come Jorginho, Hamsik, Callejon, poi Zielinski, oltre ad Allan, e in attacco c’erano Insigne e Mertens, oltre a Higuain. I due interni juventini, Khedira e Matuidi, che per Allegri erano intoccabili, con Sarri hanno rischiato la cessione. Se un tecnico stravede (giustamente) per Hamsik non può/non potrebbe innamorarsi di Khedira. E invece Khedira e Matuidi, che hanno altre doti più marcate rispetto al palleggio, sono diventati titolari fissi (quattro partite su quattro) proprio perché Sarri ha cambiato idea. Per rifinire il concetto, Rabiot e Ramsey, più tecnici dei due compagni sopra citati, per ora sono ai margini. 

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