Lazio, le scuse di Immobile e la resa di Sarri

Lazio, le scuse di Immobile e la resa di Sarri
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Alberto Dalla Palma 
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Immobile ci ha messo la faccia e ha chiesto scusa pubblicamente, subito dopo aver portato tutta la Lazio davanti ai duecento tifosi pazzi d’amore che erano arrivati in Danimarca (per loro il presidente Lotito, tra una partita di carte e l’altra in Molise dove si è candidato, potrebbe pensare a un premio o a un risarcimento sportivo). Sarri pure, perché aveva appena messo la firma su una delle sconfitte più pesanti della squadra biancoceleste in Europa. D’altronde, si era già intuito dal suo umore della vigilia che qualcosa non andava: quando parla di calendario impossibile, di turnover che sembra solo spirito di sopravvivenza e di un ritmo impossibile da sostenere, probabilmente crea un alibi a tutti i suoi uomini che poi, sia chiaro, hanno giocato una partita vergognosa, dal primo all’ultimo.  

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A Mau, che dopo un anno abbondante non ha mai vinto tre partite di fila, piace fare calcio, gradisce allenare e non perdere tempo, ma da quando è a Roma sostiene di sentirsi più un regista (costretto a studiare gli avversari in televisione) che un allenatore: eppure nel momento in cui ha firmato uno dei contratti più onerosi della gestione-Lotito, si è assunto la responsabilità di gestire la Lazio non solo in campionato ma anche nelle due coppe, dove nel corso della sua gestione per ora non è mai stata competitiva. Si pensava che la ricchezza della rosa, rinnovatissima sul mercato, lo avrebbe potuto aiutare, soprattutto dopo la goleada contro il Feyenoord al debutto, invece il crollo danese ha il sapore di una resa, soprattutto mentale. Ma Sarri, che addirittura ha parlato di un germe all’interno dello spogliatoio, ci crede oppure no? Perché sembra che ogni partita in Europa sia un calvario da affrontare piuttosto che una festa da celebrare.

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Detto questo, non vorremmo che il tracollo contro il Mitdjylland avesse aperto delle crepe in un mercato che sembrava sontuoso, se non altro per le spese imposte dallo stesso Sarri e dal ds Tare. Qualche segnale era emerso anche dopo la sconfitta casalinga contro il Napoli in campionato e dopo i pareggi di Torino e Genova, ma adesso gli indizi di qualcosa che non funziona sono davvero tanti, soprattutto se hai costretto Lotito a investire 50 milioni. Ne indichiamo qualcuno per offrire spunti di riflessione costruttiva.  

1) La Lazio non ha un esterno sinistro di ruolo da oltre due anni, cioè da quando si è spenta la stella di Lulic. Né il tecnico né il ds avranno sentito il bisogno di prenderlo, ma gli effetti negativi già si vedono; 2) I pesanti investimenti su due centrali, alternativi a Romagnoli, provocano qualche perplessità, soprattutto dopo l’inspiegabile regalo fatto all’Inter (Acerbi gratis!): Gila, scommessa di Tare costata addirittura sei milioni, è naufragato in Danimarca perché non è facile passare dalla terza divisione spagnola all’Europa League e alla serie A; Casale, pretesa di Sarri pagata sette milioni, ha giocato fino ad ora una sola partita da titolare tanto che Patric dopo una vita da riserva si è ritrovato titolare quasi a sua insaputa: era questo il progetto? 3) Su Marcos Antonio sono stati investiti molti soldi, ma come erede di Leiva è stato promosso Cataldi, altro giocatore che passava più tempo in panchina che in campo. Mau, privatamente, giudica il brasiliano troppo piccolo e leggero: perché avallare il suo acquisto? 4) Dopo l’addio di Caicedo e il fallimento di Muriqi, Immobile non ha più avuto un vice in grado di farlo riposare: un danno che alla lunga costerà tanto alla Lazio e anche al generoso Ciro, ormai costretto a rincorrere gli avversari piuttosto che a tirare in porta.


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