D'Amico ha vissuto come ha voluto

Grandi piedi, grande testa. E grande voce. Dicevano: poteva diventare un dio ma lui ha preferito essere libero e ridere sempre, in campo e in Tv
D'Amico ha vissuto come ha voluto© BARTOLETTI
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Italo Cucci

Vincenzino, fratellino mio, queste son lacrime, lacrime vere. Così t’accompagno nell’ultimo viaggio, ma già sento che mi dici col tuo sorriso impertinente: «Direttore, cosa fa? Non siamo mica in tivù». Già mi aveva sgridato quando poco tempo fa, saputo della sua malattia, l’avevo chiamato. «Vince, come stai?». «Diretto’, ho il cancro. Ma chi m’ammazza?». «Dove sei?». «Son tornato...». Così ho capito che stava lasciandomi. Qualche tempo prima l’avevo chiamato: «Vince, mi hanno offerto un programma in tivù con chi voglio, e voglio te». «Diretto’, scusa se non ti ho avvertito, adesso vivo in Portogallo, a Madeira, faccio il Ronaldo in pensione. Ciao tivù. Però potevamo divertirci...». Come no. Gli ho consigliato qualche giro, Estoril, la Praia do Guincho, e poi lagostinas e tanto pesce: «Così non ingrassi...».

D'Amico poteva diventare un dio

Quante risate avevamo fatto per la sua esibizione in quella partita revival con la Lazio vecchie glorie che lui aveva una pancia da partoriente. «Diretto’, ma i piedi, le gambe, la testa… me li so’ magnati». C’era con noi Pino Wilson, il capitano del mitico Settantaquattro: «Non ci puoi far niente, è così, vive come vuole. E dire che ha una gran testa, poteva diventare Dio».
Una gran testa e una gran voce. Non ho avuto partner migliore, in tivù, almeno per un decennio. Anzi, era diventato il mio Bulgarelli. Scanzonato come e più di Giacomino, ma dotato di rara competenza e di un libero pensiero che diventava liberissima parola. Il che infastidiva qualche critico, quelli che parlano di calcio come se fossero in cattedra. Vincenzino poteva semmai non piacere - agli interessati - quando rilevava l’inconsistenza di certi campioni da niente. «Diretto’, si sono esaltati perché Tizio ha fatto uno stop al volo, perché Caio ha dribblato Sempronio… Stai attento, fra poco diranno che somiglia a Sivori…». «A D’Amico mai!». «Se lo dice lei…». Già, sempre del lei, da quando l’avevo conosciuto stella della Lazio scudetto, con Chinaglia, Wilson, il pilota d’aerei Martini, Frustalupi, Nanni. Con Pulici sempre superserio in quella banda di matti. Con Maestrelli che già a quei tempi diceva come Pino: «Vincenzino? Non ci puoi far niente, è così, vive come vuole...».

Il ricordo di D'Amico

Parlavamo di donne, gli piacevano eccome, ma attenti: «A noi di Latina ci piacciono belle come l’Arcuri o niente...». Non sbagliava mai nulla, in tivù. Quando alla Giostra del Gol seguivamo una diretta mi segnalava ogni nome, e con quale piede aveva tirato, e il dettaglio delle occasioni perdute. «Ne ho perse tante anch’io». Fu bello quando Mauro Mazza ricostituì la coppia, dicevano che stavamo bene insieme come i filippini. E lui rideva, rideva, rideva. «Con tutto il rispetto, diretto’...». L’ultima volta, quando gli chiesi come stava dopo il suo annuncio - roba da D’Amico - gli dissi che alcuni lettori mi avevano scritto parlando di lui, della sua malattia, e quanto gli volevano bene: «Diretto’, lasci perdere. Gli dica di non aver fretta». Grande fratellino mio, ripensandoti ho smesso di piangere. Anzi rido. Sei contento?


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