Lazio, il Comandante Sarri non cambia: gli avversari si

Leggi il commento sul momento della squadra biancoceleste, reduce dalla sconfitta con il Milan
Lazio, il Comandante Sarri non cambia: gli avversari si© Getty Images
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Franco Recanatesi

Il “Lamento” è una bellissima poesia di Garcia Lorca ma sta diventando una brutta abitudine di Maurizio Sarri. La colpa delle occasioni perdute è sempre dei giocatori, mai uno straccio di autocritica. Le falle del mercato ricorrono puntualmente nelle interviste post-sconfitta. « Volevo A e mi hanno dato X e Y » . Come dire: sono costretto a mettere in campo delle pippe. Il contrario della colla che compatta lo spogliatoio. Penso allo slancio che le parole del loro mister daranno ai vari Guendouzi, Kamada, Castellanos, Rovella, Pellegrini: noi siamo i bocconi amari che il mister ha dovuto ingoiare, il pesce azzurro invece del caviale. Ha ragione Sarri a lamentarsi, perché della sua lista originale nella rosa non c’è traccia e perché anche i sostituti sono arrivati quando il campionato era già sulla linea di partenza e i tempi di inserimento mancavano. Ma detto una volta ai microfoni, con gocce di sudore e sguardi malandrini, sarebbe stato più che sufficiente; per il resto, s’incazzi, come dice lui, anche ogni giorno, ma nelle segrete stanze con Lotito. E, soprattutto, si rassegni, si adegui e s’ingegni a scovare un piano B. Se faccio il regista, chiedo Vittorio Gassman e il produttore mi dà Alvaro Vitali non è che do a “Pierino” il ruolo del generale scozzese, rinuncio a girare Il “Macbeth” e faccio “Giovannona coscialunga”.

Lazio, i numeri che preoccupano

Per dire. Il dubbio, forte, è che il sarrismo sia superato. Comunque talvolta inadeguato alle caratteristiche dell’antagonista o addirittura dei propri giocatori. Alle radici del sarrismo c’è velocità di esecuzione, giropalla, sì, ma a due tocchi massimo. Questa Lazio è lenta, prolissa, credo che nessun’altra squadra conti tanti passaggi alle spalle come la Lazio. In particolare dei centrocampisti che invece di tentare la profondità appoggiano la palla ai difensori. I quali, a loro volta, appaiono preoccupati (lo credo: nelle prime 7 partite hanno preso 10 gol, un terzo di tutto il campionato scorso, spesso dall’avversario che viene a rimorchio, sempre libero al tiro), le loro ragnatele in omaggio alle partenze dal basso sono un attentato alle coronarie dei tifosi deboli di cuore. I centrocampisti vengono meno a un altro articolo del codice sarrista: gli inserimenti nell’area di rigore avversaria. Quasi mai popolata di maglie biancoazzurre quando giungono palloni dagli esterni. Già, gli esterni, altro comandamento del codice sarrista. Fuga e accentramento. Sono loro che devono (dovrebbero) alternarsi come seconda punta a spalleggiare il centravanti. L’anno scorso Felipe e Zaccagni svolgevano il compito a meraviglia. Nella prima fase di questa stagione molto meno. Perché? Forse perché al terzo anno il modulo appare ripetitivo, gli avversari mica son grulli, studiano, riflettono, prendono contromisure. I giocatori di fascia laziali vengono puntualmente raddoppiati, a Milano anche nel corso di un primo tempo decoroso e contro una squadra che concedeva spazi, Zaccagni e Felipe sono stati frenati al secondo dribbling.

Sarri, la necessità di sorprendere con qualcosa di diverso

Quindi? Quindi niente, non chiedete a me la soluzione, faccio il giornalista non l’allenatore di calcio, penso soltanto che per tentare la resurrezione Sarri dovrebbe forzare il pensiero unico di Sarri e sorprendere il nemico con qualcosa di diverso. Che so, due punte, un centrocampo a cinque, non azzardo una difesa a tre perché sarebbe come chiedere al toscanaccio di rinunciare a masticare la cicca durante la partita. Butto là idee e numeri a caso perché, ripeto, non sono un allenatore e in veneranda età e migliaia di partite negli occhi per me il gioco del pallone è misterioso quanto affascinante. Ho però una convinzione: la Lazio ha bisogno di una virata tecnica più che dialettica. Che poi, con la terminologia usata da Sarri, serve più a girare il coltello nella ferita che non a guarirla. Insistere sulla inconsistenza degli acquisti, sui tiri “ciofeche” verso la porta milanista, sulle lumache rispetto alle « scassate a 35 orari » di Leao, su una squadra « lontana dalle grandi » , su una Champions « un lusso per noi » non contribuisce certamente a rinsaldare l’autostima nei propri giocatori né la serenità di un ambiente già abbastanza turbato. Quando la barca fa acqua il primo a conservare la calma e provare a turare le falle dev’essere il comandante. Specie quando il comandante vanta trascorsi tanto nobili e alla squadra che ora deve raddrizzare la schiena ha già regalato il clamoroso titolo di vice campione d’Italia.


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