Lazio, una squadra che non finisce mai
Una roba mai vista, un’impresa pazzesca, una vittoria che entra nella storia della Lazio non solo di questa stagione. Ultima azione, la Lazio in nove per le espulsioni di Rovella e Gigot, trova la forza di saltar fuori dall’assedio del Viktoria con l’ultimo attacco all’ottavo minuto di recupero. La spinta è di quel fenomeno inesauribile di Guendouzi, l’assist è per Isaksen, il giocatore più in ombra della partita, e la sassata che fa partire questo ragazzo si schianta all’incrocio dei pali. Due a uno per la Lazio che ha un cuore grande così, che sa soffrire come poche squadre al mondo e che è capace di trasformare la resistenza in ripartenza, la sofferenza in orgoglio.
In nove contro undici sarebbe andato bene, benissimo, anche il pareggio, la Lazio aveva già dimostrato la grinta, il carattere, il temperamento della squadra che non molla mai. Il 2-1 però certifica la dimensione del gruppo di Baroni. Già nel primo tempo c’era stato un momento che aveva chiarito con efficacia il senso di squadra della Lazio. Era successo nei minuti successivi al gol di Romagnoli, quando il Viktoria aveva cercato di reagire. Un tiro a botta sicura di Cerv era stato respinto in area da Noslin, il centravanti di serata, e un fraseggio pericoloso dei ceki davanti a Provedel era stato interrotto da Dia, il trequartista. È in questi momenti, in queste fasi di gioco, in questi aiuti difensivi degli attaccanti che si vede la squadra, la sua forza e la sua compattezza. Noslin e Dia difensori, Romagnoli in gol. Nella Lazio ci sono ruoli ben definiti, ma i compiti sono intercambiabili.
È una squadra con un’identità forte e con un’anima dura. Che, in questo caso, ha un nome e cognome, si chiama Matteo Guendouzi, è francese ma sembra nato a Formello tanto è il suo attaccamento a questa maglia. Quando il Viktoria ha segnato il gol poi annullato su segnalazione del Var, Guendouzi è andato da Isaksen, colpevole del primo errore su quell’azione (si era fatto malamente anticipare da un colpo di testa di Memic), e lo ha spronato. È un giocatore che sembra infinito, ha una buona tecnica anche se non sopraffina, ma quello che dà lui alla Lazio è tanto, tantissimo. È sempre dove serve, sempre a combattere, a contrastare, a rilanciare, a ripartire e si è visto bene anche in occasione del secondo gol, è stato lui il primo a crederci quando Isaksen ha portato su palla. È la ragione per cui Baroni può schierare un centrocampo a due: se al posto del francese ci fosse un altro mediano non potrebbe farlo, con Guendouzi e Rovella il centrocampo è a due numericamente, in realtà il lavoro di Matteo vale doppio.
Come era accaduto a San Siro contro il Milan, quando la Lazio era stata raggiunta sul 1-1, anche a Plzen ha ritrovato la forza di accelerare ancora e vincere la partita. Ma nemmeno questo basta per pensare a una qualificazione già in tasca. Ora la Lazio sa quanto può essere aggressivo il Viktoria. Le buone impressioni del suo primo tempo sono in parte evaporate nel secondo quando i cechi hanno alzato ritmo e velocità e i laziali sono andati giù sul piano fisico e atletico, prima della fantastica impennata finale. Baroni non avrà di sicuro Rovella e Gigot, i due espulsi. Ci vorrà molta attenzione, questo 2-1 è bello per come è arrivato, ma non è sufficiente a togliere tutti i pensieri.
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