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Milan, Maldini a gamba tesa

Leggi il commento del Corriere dello Sport-Stadio sulle dichiarazioni dell’ex dirigente

Alessandro F. Giudice
Alessandro F. Giudice

4 min

Pubblicato il 02.12.2023, 09:01

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Sul momento delicato del Milan, con la squadra in difficoltà, si abbattono le parole pesanti di Paolo Maldini. Uno che parla poco ma, quando decide di farlo, riesce sempre a spaccare. In un’interessantissima intervista di Enrico Currò su la Repubblica, l’ex dirigente sottolinea con orgoglio i successi della gestione sportiva e finanziaria negli anni in cui ha ricoperto il suo ruolo, ma ne rivendica il merito quasi esclusivo. Come se, per cinque anni, avesse dovuto combattere avversità provenienti non dall’esterno ma dalle proprietà succedutesi: Elliott e Red Bird. Il manicheismo di questa ricostruzione è assai singolare. Maldini dice sicuramente il vero quando afferma che le operazioni di mercato richiedevano la firma di chi aveva i poteri, non la sua. È il normale funzionamento di qualsiasi azienda: per impegni finanziari di notevole portata non basta neppure la firma dell’ad, serve una delibera del CdA. Senza dubbio le sue scelte di mercato erano avallate dalla proprietà come pure è noto che avesse condizionato il suo rinnovo contrattuale (giugno 2022) a una completa libertà di scelte tecniche nell’ambito del budget assegnato.

Maldini fuori dalla linea societaria

Da alcuni passaggi emergono perplessità di natura manageriale. Maldini attribuisce la causa del licenziamento ai cattivi rapporti con Furlani, ma non era motivo da poco essendo il Ceo stato nominato di recente dall’azionista. In un’azienda, i contrasti con il dirigente apicale pongono fuori dalla linea societaria. In un altro passaggio Maldini allude a disaccordi anche con Gazidis e col presidente Scaroni che arriva ad accusare di salire sul carro solo dopo le vittorie, ma se questi erano i suoi rapporti con i vertici societari non può stupire il suo allontanamento. In un altro punto svela come l’obiettivo della scorsa stagione fosse la qualificazione alla Champions ’23/24: traguardo che il suo Milan non ha però raggiunto sul campo (arrivando quinto) ma grazie alle vicende extra sportive della Juve. Il passaggio più sorprendente, sul piano manageriale, è la rivelazione di un suo piano strategico di 35 pagine, preparato per 5 mesi in autonomia («con Massara e con un mio amico consulente») poi spedito a Cardinale e Furlani. Sembra una sorta di “governo ombra”, ma in un’azienda i piani strategici sono prerogativa del capo azienda. Non è dato sapere se la società avesse conferito un mandato al consulente-amico con cui Maldini avrà certamente condiviso dati e informazioni che solitamente hanno natura riservata e vengono comunicati a soggetti esterni solo previo accordo scritto di confidenzialità. Presentare un piano all’azionista equivale a delegittimare il Ceo rendendo, di fatto, incompatibile la presenza di entrambi. Sorprende allora lo stupore per un licenziamento che diventava prevedibile. Anche sulla natura pubblica dell’uscita di Maldini è lecita qualche perplessità: gli accordi di risoluzione contrattuale vincolano le parti alla riservatezza sulle dinamiche interne ai rapporti societari.

Maldini, un intervento divisivo

L’uscita di Maldini, come detto, è divisiva. Una parte dei tifosi lo rimpiange ritenendolo l’unico depositario di una tradizione milanista da custodire e denunciando la comprensibile disfunzionalità della scelta societaria di eliminare un raccordo tecnico tra squadra e mondo esterno. Una situazione oggi condizionante per Pioli che Maldini elogia, glissando però sulla volontà di esonerarlo sul finire della scorsa stagione. Per altri, le perplessità riguardano i tempi dell’entrata a gamba tesa. Regolare conti personali, senza curarsi delle ripercussioni che ciò avrà sui giocatori a cui potrebbe mancare il sostegno di una parte della tifoseria, inevitabilmente spaccata in un momento decisivo, non pare ad alcuni un gesto protettivo dell’identità milanista di cui Maldini va giustamente orgoglioso.

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