Milan in pieno caos: da RedBird solo altri slogan e parole
Le critiche dei tifosi milanisti verso la gestione RedBird sono varie e disparate. Tra queste vi è anche la quantità di slogan lanciati - mai, tra l’altro, in una conferenza stampa pubblica - in quattro anni, i quali non hanno mai trovato sponda concreta nelle realtà. È una questione, per principio, di coerenza tra le parole e i fatti, spesso sbandierati dai protagonisti come la cartina tornasole con cui giudicare l’operato della stessa proprietà. Ebbene, quegli stessi fatti faticano ad essere in linea con le promesse. Il classico tanto fumo e poco arrosto, si direbbe. E chi predica bene e razzola male, non può che aspettarsi critiche. Giustamente e legittimamente.
Il trattamento verso Allegri
Ne sta facendo le spese anche Allegri, partito sotto i migliori auspici e con le migliori intenzioni, ma subito finito a versare lacrime amare nel piatto a stelle e strisce servito a Milanello. Appena risedutosi sulla panchina milanista, ecco tre grosse decisioni già prese senza appello: via Reijnders, il miglior giocatore della stagione precedente, via Theo Hernandez, terzino sinistro tra i più forti d’Europa, e dentro Ricci, mediano onesto già chiuso da gennaio; il livornese ha fatto, comunque, in tempo ad opporsi alla cessione di Maignan, rimasto al Milan e rinnovato per il rotto della cuffia. Il mercato è poi stato caratterizzato da una sua richiesta precisa: un 9 vero, d’area di rigore, possibilmente esperto e già pronto per la Serie A. Per la dirigenza Vlahovic costava troppo e Hojlund era da verificare con un anno di prestito con diritto di riscatto; da rivedere nei processi, invece, le trattative per Boniface, rispedito giustamente al mittente dopo le visite mediche, e Harder, carneade punta di riserva dello Sporting Lisbona finito a fare panchina anche al Lipsia. È arrivato poi Nkunku, non una punta centrale, e poi Fullkrug, a causa delle pochissime finanze rimaste per l’inverno; fatto sta che, a fine gennaio, senza la consulenza di Tare e l’ok di Allegri, l’ad Furlani tratta Mateta in prima persona, salvo poi rinunciare al francese del Crystal Palace per motivazioni fisiche.
I paroloni e le scelte
E, ora, il caos più totale nel momento di fuoco della stagione, quello che non concederà ulteriori appelli. Prima le vicissitudini con Ibrahimovic, poi l’esonero previo del ds Tare, l’uomo che più di tutti ha voluto Allegri in panchina e che gli è stato tutto l’anno vicino, e, infine, i paroloni del proprietario. Delusione, fallimento, tutti sotto esame: Allegri è l’ultimo, nonostante anche lui abbia le sue responsabilità per ciò che si vede sul campo da qualche settimana, a cui questi termini dovrebbero essere associati. Perché il primo è proprio Gerry Cardinale, il cui arrivo in Italia è coinciso con una serie di brutte figure in serie del Milan. La voglia di vincere la si dimostra affidandosi agli uomini giusti, trasmettendo una mentalità vincente in linea con il modus del calcio italiano e con il dna del club, con la presenza, fisica e non, con una bella dose di consapevolezza delle proprie capacità sicuramente, ma anche e soprattutto dei propri errori e di quel che si può imparare. Ammettere di essersi sbagliati non basta. Bisogna fare i fatti. Quelli tanto cari.
