Napoli, la pelle secca
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Napoli, la pelle secca

Dici James e prendi Lozano, dici Icardi e prendi Llorente. Qualcuno la mette così.  Per spiegare la fuga dal San Paolo racconta di una promessa mancata. Di un mercato da top player retrocesso in un mercato da buoni rincalzi. Di un assalto al fortino della Juve ripiegato in un modesto accampamento sotto le sue mura, sempre meno sabaude e sempre più imperiali. Secondi e scontenti ancora una volta, per vocazione o per scelta, ancorché entrambe dissimulate da una retorica estiva fatta delle migliori intenzioni. Secondi e neanche certi di esserlo, con l’Inter terzo incomodo.

De Laurentiis la vede in tutt’altro modo. Censura quel «gioco al massacro del tifoso per cui, invece di guardare ai gioielli che si hanno in casa propria, si inneggia sempre all’acquisto in più». E sferza la città con una provocazione feroce, alla quale forse lui stesso non crede: «Napoli vive di grande invidia per il Nord, qui ci sono molti tifosi juventini, interisti e milanisti. Dovrei forse comprare il Milan per accontentarli?».

Se il San Paolo s’incoraggiava con Lavezzi, si entusiasmava con Cavani, sognava con Higuain, e oggi invece sonnecchia con un tecnico di fama internazionale e sette attaccanti da fare comunque invidia, è colpa della sua “bocca buona”, del suo tifo borghese e pigro, che pretende senza dare, rintanato nel comodo salottino di Sky? Oppure, come sussurra qualcun altro, Napoli fa in proporzione meno abbonati di Bari perché è ancora orfana del Sarrismo? Il diagramma dei biglietti venduti racconta un’altra verità: il San Paolo ha preso a svuotarsi molto prima. Gli ultimi dieci anni mostrano uno stillicidio continuo. Che non si spiega né con la prudenza delle campagne acquisti, né con la diaspora degli idoli esiliati dal vulcanico presidente, né con l'abitudine al secondo posto. Il tifo langue perché Napoli è una città rassegnata, senza forze. Scivola su un piano inclinato che prima, con Bassolino, ha bruciato i progetti. E poi, con De Magistris, ha spento anche i sogni.

Napoli non riesce neanche più a illudersi. Lo capisci attraversando via Marina, la principale strada d’accesso alla città, rimasta per oltre cinque anni imbracata dalle transenne dei lavori in corso, e riapparsa alla fine più sciatta, disadorna e sporca di prima. Simbolo di una rivoluziote evaporata nella demagogia inconcludente del populismo.

Negli anni in cui Milano diventava un cantiere vivente e cambiava volto, vestiva di lusso il centro e accendeva d’Europa le periferie, Napoli vedeva naufragare nell’incompiutezza tutti i progetti urbani, da Bagnoli al centro storico, dal verde pubblico fino al restyling del San Paolo, sulla cui inadeguatezza Ancelotti ieri ha speso parole di fuoco.

«La monnezza c’è ancora ma non si vede, abbiamo smesso di lamentarci della sporcizia perché ci siamo rassegnati», dice Pietro Treccagnoli, autore di un viaggio nelle viscere della città moderna che, parafrasando un indimenticabile libro di Curzio Malaparte, è intitolato “La pelle di Napoli”. Mentre la pelle di Milano si distendeva morbida tra le mani di politici e tecnici di colore ed estrazione diversa, rivali e mai nemici, pronti a dialogare e a raccogliere ogni nuova sfida, la pelle di Napoli si è seccata nel conflitto tra vecchi e nuovi potenti, nei dispetti istituzionali, nell’infiacchirsi del discorso pubblico, nel battibecco sterile tra sindaco e presidente della squadra di calcio per il nuovo stadio, sul cui destino nessun napoletano scommetterebbe più.

Così San Siro è tornato a riempirsi e il San Paolo ha continuato a svuotarsi. Il calcio è a modo suo un termometro del Paese. Ha sempre raccontato in controluce l’Italia duale, ma se il Nord avanzava con il ritmo della migliore organizzazione, il Sud inseguiva con la forza della passione. Il Sud esangue di Napoli ha perso oggi anche la storica spinta del cuore. Qualcuno lo pensa ma non lo dice, qualcun altro lo dice a mezza voce, per non recare offesa alla memoria del divino: non basterebbe Maradona a svegliare la città dormiente.

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