Napoli, tocca a Osimeone

L'argentino  ha numeri top: 8 gol, tutti decisivi, in appena 592 minuti: ha già colpito all’andata e vuole godersi l’esordio da titolare in A. Si è sempre fatto  trovare pronto  in sfide chiave  per gli azzurri
Napoli, tocca a Osimeone© ANSA
Antonio Giordano
4 min

INVIATO A CASTEL VOLTURNO - La prima volta che Osi si fermò, e il Napoli non aveva ancora cominciato a distruggere il campionato, germogliò subito la sensazione che qualcosa fosse cambiata: ma al minuto 88 della partita con lo Spezia, una delle poche giornate per niente indimenticabili, essendo rimasto in campo nonostante tutto (gli errori, quanti..!), Jack Raspadori trovò l’angolo giusto e scacciò via le paure e pure i retro-pensieri. La seconda volta che Osi dovette starsene a casa, evitando la trasferta a Glasgow, Raspadori, che ci aveva preso gusto, si intrufolò tra Politano e Ndombele e mise l’autografo del centravanti nello 0-3 sui Rangers. Ma fu la terza volta senza Osi che il Napoli intuì d’essere completamente assorbito dal partito dei centravanti: a San Siro, contro il Milan, il test più perfido e l’esame più sofisticato, a presentarsi dentro l’area, al minuto 78, fu il Cholito Simeone, che segnò come facevano i bomber d’un tempo o anche i contemporanei, anticipo secco dell’avversario, torsione sul traversone di Mario Rui, palla nell’angolino. C’è stato un tempo anche lungo - per l’esattezza 36 giorni - in cui Victor Osimhen è uscito dal Napoli, non certo per colpa sua, ma dell’infortunio al bicipite femorale nessuno se n’è quasi accorto: sette gare saltate - l’ultima, con i Rangers, però per prudenza dopo essere già rientrato - e altrettante vittorie, con quei due scugnizzi, uno italiano e l’altro sudamericano, che seppero come addolcire l’atmosfera, partecipando al festival dei ventidue gol. 

Luce a San Siro

Stavolta, si può andare a naso e per deduzione, tocca al Cholito, per una serie di buoni motivi: il viaggio in Argentina è stato stancante, vabbè, ma la sete di calcio non è stata placata, perché Scaloni gli ha concesso solo l’emozione della panchina; e poi Raspadori è appena rientrato, dopo un infortunio che lo ha fermato il 12 febbraio e dunque gli è costato una quarantina di giorni d’allenamento a ritmo intenso. Simeone non è soltanto quello di San Siro, per dirla statisticamente: a Cremona la partita la cambiò lui, entrando dalla panchina; con la Roma, girone di ritorno, l’ha decisa sempre lui, minuto 86, esaltandosi in quei 14' sufficienti a dimostrare la sua vocazione da attaccante. E poi uno che ha quella media (otto reti in 592', segnando sia in campionato, che in Champions, che in Coppa Italia) non può impressionarsi dinnanzi a responsabilità già sopportate con le sue larghe spalle da centravanti di razza, reduce dalla convocazione in nazionale e per nulla intimorito da quest'attesa che stuzzica e protegge. 

Debutto

Napoli-Milan, non c’è verso, è la sua partita, perché dopo la prodezza dell’andata Simeone può pure godersi il debutto dal primo minuto in campionato, in una stagione in cui il fischio d’inizio lo ha vissuto da protagonista soltanto in Champions League ed in Coppa Italia. Un Maradona così, pronti e via, non l'ha mai visto.


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