Napoli, allarmi da ascoltare

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Alessandro Barbano
Se questo è il Napoli, si è prodotta nel giro di pochi mesi un’involuzione che ne ridimensiona le prestazioni e le ambizioni. Il pareggio contro l’Union Berlino dice che, con una squadra in queste condizioni, nessuno degli obiettivi stagionali può dirsi certo. C’è un problema di tenuta fisica, comprensibile visto che la stessa squadra gioca praticamente senza ricambio da ormai più settimane, e ieri ha affrontato i tedeschi con la partita contro la Salernitana di sabato ancora nelle gambe. Ma la fatica si fa sentire di più perché il controllo della gara non è mai garantito, la squadra è lunga, il pressing è sfibrato, le geometrie incerte, la rapidità del palleggio solo un ricordo, l’affidabilità difensiva ormai un miraggio. Lo si è visto non solo in occasione del gol del pareggio, causato da un azzardo tattico inaccettabile che ha lasciato Lobotka a fronteggiare da solo la fuga del velocissimo Fofana, ma anche in altre occasioni nel primo e nel secondo tempo, nelle quali il piazzamento e la stessa lettura difensiva sono parse più che zoppicanti. Manca una sincronia tra Natan e Rrahmani, e tra Natan e gli esterni o i centrocampisti in copertura, come effetto di un ritardo del brasiliano a intuire dove e come posizionarsi. Questo disordine offre agli attaccanti avversari, ieri per fortuna di modesto livello, smarcamenti immeritati in area di rigore. 

A centrocampo il termometro della malattia sta tutta nella difficoltà perfino di un regista illuminato e mobile come Lobotka di disfarsi della palla consegnandola a un compagno smarcato, poiché i suoi naturali interlocutori sono più spesso dietro l’avversario. Segno che non ci sono le gambe e meno che mai la testa. Certo, dopo il gol del pareggio dell’Union, la squadra di Garcia ha abbozzato una reazione orgogliosa e più volte si è trovata a un passo dal gol. Ma si è trattato di una prova di nervi, condotta con grande dispendio di energie e poggiata sulle iniziative individuali prima di Politano e Kvara, poi del solo georgiano, che fino all’ultimo secondo ha tentato di bucare la tripla marcatura dei berlinesi e di portarsi al tiro. Quando è riuscito nel suo intento, il grande sforzo fisico compiuto in una corsa troppo lunga e troppo insistita lo ha portato a calciare in maniera innocua o comunque a farsi respingere il tiro.

Purtroppo i segnali di allarme che giungevano dalla ultima partita, ancorché vittoriosa, contro la Salernitana e dallo stesso pareggio con il Milan sembrano essere stati ignorati. Garcia sta affrontando queste gare, decisive per la sua panchina, abbarbicato a un undici blindato, a cui consegna una responsabilità eccessiva. Alle sostituzioni eccentriche e talvolta immotivate di inizio campionato è seguita la fase delle non sostituzioni, o delle sostituzioni tardive. Come quella di Lindstrom, il giovane esterno azzurro a cui sembra toccare la sorte punitiva di Rivera negli ultimi sei minuti di Brasile-Italia del 1970. Che senso ha mettere in campo all’87’ un ventitreenne, costretto ad accumulare sulle sue spalle nessun rodaggio ma solo frustrazione? E che senso ha tenere in campo uno spento Raspadori che qualunque altro tecnico avrebbe sostituito, affiancandolo solo al 77’ con Simeone? La gestione della rosa in un modo così poco coerente, rispetto all’obiettivo di valorizzare il patrimonio sportivo, rischia di bruciare molte delle potenzialità presenti nello spogliatoio azzurro. C’è da chiedersi se sia ineluttabile assistere a una sofferenza collettiva che, cronicizzandosi e crescendo di intensità, rischia di tradursi in agonia.


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