Garcia verso l’esonero: la frase di De Laurentiis a un amico è una sentenza

Alla fine del primo tempo ADL saluta in tribuna e pronuncia le parole che valgono come una sentenza per Rudi
Garcia verso l’esonero: la frase di De Laurentiis a un amico è una sentenza© Getty Images
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Antonio Giordano

NAPOLI - Senza battersi tre volte il petto - ma dimostrando a se stesso di averne una voglia matta di farlo, fino ad aprirsi il torace - Aurelio De Laurentiis ha sistemato in un angolo della propria coscienza l’orgoglio, ha rispolverato quella sana rabbia che ormai da un mese portava a spasso e quando ha intuito che non ci sarebbero stati né commissari né tutor per risollevare il Napoli dal Purgatorio, per evitare di avvertire le fiamme dell’Inferno, non ha esitato a bruciarsi con dignità. «Errare humanum est; perseverare autem diabolicum». Volendo, avrebbe potuto dirlo in francese, che pure esibisce con padronanza; o magari in inglese, con cui pasteggia a Los Angeles.
E invece, dovendo almeno assolversi (mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa), mentre Napoli-Empoli gli stava svelando la fragilità di quella scelta disperatamente sostenuta finché possibile, ha virato e si è presentato il conto, senza indugi, essendosene concessi pure troppi: al 45’ d’una partita imperfetta, un’altra, nella quale Rudi Garcia aveva strappato il Progetto (il 4-3-3), disconosciuto il talento (quello di Zielinski e di Kvaratskhelia) e scarabocchiato sul futuro, quando Kovalenko non era ancora apparso in uno dei peggiori incubi dei suoi diciannove anni da presidente, Aurelio De Laurentiis, sulle scale che dagli spogliatoi conducono in Tribuna Autorità, è andato incontro ad un amico, gli ha stretto la mano e poi gli ha raccontato i propri tormenti. «Errare humanum est; perseverare autem diabolicum».  

De Laurentiis e Napoleone

Dalla panchina di Rudi Garcia, in quel momento, stavano saltando i chiodi, svitati già da una serie di mosse improbabili, da decisioni illogiche, e quell’atmosfera greve dell’8 ottobre non poteva ancora avvolgere un capitano d’azienda con 400 milioni di euro di fatturato da governare e un futuro - nella Champions League che verrà - da tutelare. Il Napoli dello scudetto non c’era ormai più, né lo aveva mai rivisto Adl, ed era sparita ogni traccia d’una squadra costruita con investimenti e sacrifici, esaltata nel biennio alle spalle con stagioni munifiche e poi storiche, divenuta un prodigio e un modello di riferimento nel rapporto costi e ricavi (pure emozionali): ma nei 34 giorni di riflessioni - inclusa la chiacchierata con Antonio Conte - vissuti a Castel Volturno, dopo aver ripetuamente annusato le difficoltà tecniche e pure tattiche e le contraddizioni di quell’uomo voluto per provare ad avviare un nuovo ciclo, non si era mai spinto a rimettere in discussione l’orientamento di giugno. Ma Napoli-Empoli, ancor prima dell’involuzione al minuto 46’ della ripresa, sapeva di sommossa o anche di ribellione (a chi? a cosa?) di Garcia, un suo clamoroso colpo di teatro che sfidava il vento, le pance, l’anima e pure la ragione, all'interno d’un sistema mutilato di ogni certezza, compresa (a quel punto) la propria. Stava arrivando - era già arrivato - il momento delle decisioni, a prescindere da Kovalenko, che a De Laurentiis ha evocato Napoleone: «Meglio avere generali fortunati che bravi».  


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