De Laurentiis, il gusto di stupire

Leggi il commento del Corriere dello Sport-Stadio sulle parole del presidente del Napoli
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Antonio Giordano

Ci vorrebbe Chatwin per lasciarsi guidare in questo viaggio tortuoso e surreale che un marziano, scendendo tra gli umani, faticherebbe ad orientare: ma quel magma, una specie di colata lavica che tenta di demolire i connotati degli interpreti, sfila solo lateralmente alla Storia, non la sfigura (non si può), perché i tratti di un’Epoca luminosa e abbagliante, che pure gli appartengono, restano. In un’ora e mezza in cui non basterebbero i taccuini di un impressionista fuori dal tempo, nella personalissima narrazione di una favola che sta lì, a futura memoria, Adl prova a sfregiare la realtà, la scompone e poi la rimodula attraverso una plastica ricostruzione, versa ettolitri di livore nei confronti di Luciano Spalletti, spruzza allusioni e calpesta i principi elementari della gratitudine e della riconoscenza e battendosi poi il petto l’ammette: è stata sua la colpa, dell’artista di quel capolavoro del football moderno che nulla brutalizzerà!

Per settimane, anzi mesi, Napoli ha semplicemente tentato di capire cosa stesse succedendo a un club che s’è meritato il titolo di «modello», e per chi non si lascia andare ai ragionamenti con la pancia, il riconoscimento è autentico, ha radici che si perdono nella polvere della Fallimentare ed è poi germogliato attraverso le visioni e l’ispirazione di un manager che però ora sembra distante da se stesso, la replica incollerita che uno specchio deformante trasmette con forme incattivite. Ci sarebbero punti cardinali attraverso i quali indirizzarsi alla ricerca di un perché e sarebbe pure semplice, quasi scontato, certo un atto di sincerità, alzare la mano, riconoscere d’aver battuto rotte divenute rovinose e di essere comunque riuscito ad evitare (per il momento) di ritrovarsi travolto da onde oceaniche capaci di sommergere fatalmente. De Laurentiis ha il gusto estemporaneo di voler stupire, il desiderio bulimico di costruirsi una realtà parallela, forse per assecondare la propria natura da produttore cinematografico o magari anche no, ed è assolutamente vietato chiedere ad un uomo di 75 anni di cambiare il proprio incedere per farsi piacere o per non farsi del male.

Però, quando tutto è finito, più di novanta minuti di divagazioni su questo e quell’universo, il trattato di tuttologia finisce per scoperchiare inconsapevolmente il vaso di Pandora e rivelare tutto ciò ch’era già stato raccontato e puntualmente smentito: c’è un presidente di calcio che entra negli spogliatoi; che contesta più o meno platealmente il proprio allenatore nell’intervallo (in presenza dei calciatori, c’è da immaginare); che un giorno sta con la Superlega e poi, al mattino successivo, se ne stacca, prima di fidelizzarsi ancora; che vuole resettare, macché sperimentare, e però dettando comunque le linee tecniche d’un calcio che, almeno in mezzo al campo, non dovrebbe appartenergli, non nelle competenze, non nelle conoscenze didattiche. C’è questa forma di «berlusconismo» 3.0 che stride fragorosamente con l’autonomia di pensiero altrui, è un po’ prevaricatrice, invadente e perché no invasiva, come lapilli che si infilano in un corridoio, in una ferita, in una striscia di terra, in un solco e riescono a bruciare l’ego in un pagliaio. 


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