Roma, Pizarro esclusivo: Spalletti può tornare

Il Pek a tutto campo: "Stupito dalla conclusione del rapporto tra Totti e Luciano. Lo scudetto? Va assegnato ai medici"
Roma, Pizarro esclusivo: Spalletti può tornare
Roberto Maida

«Secondo te come mi sono venuti i polpacci grossi?». Tre, due, uno. David Pizarro, dall’altra parte del mondo, scoppia a ridere prima di sciogliere l’indovinello: «Camminando su e giù. A Valparaiso, che per me è il posto più bello del mondo, ci sono 45 colline». Controllo- lampo: patrimonio Unesco. Com’è che li chiamate? «Los Cerros». I colli: «A Roma sono 7, da me di più. Il mio si chiama Playa Ancha, spiaggia larga. Qui esci di casa e sei nell’oceano. Ma ti avverto, resisti poco: l’acqua è gelida, un tuffo ed esci. Qui nuotano solo i merluzzi». Si è ritirato in casa sua, l’adorato Cile, ben prima che l’emergenza sanitaria atrofizzasse la muscolatura della civiltà. Ci telefoniamo in tarda serata, parliamo per un’ora e mezza, ci scambiamo sensazioni. A volte, come avrete capito, è Pizarro a fare le domande e non il contrario.

Va beh, come va laggiù?
«Insomma. Stiamo a casa, usciamo per le cose essenziali. Sono un po’ indignato».

Perché?
«Perché mentre si diffondeva il virus il nostro governo non ha fatto niente. Doveva agire tempestivamente, basandosi sull’esempio dell’Europa. Sai quanti letti abbiamo in terapia intensiva? 300. Se non fossero intervenuti gli enti locali, parleremmo di una tragedia immane per il Paese. Mi fa incazzare, anche se in realtà non dovrei essere sorpreso. Avete letto cosa è successo a Santiago?».

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La protesta degli studenti.
«Protesta a dire poco... Da ottobre a due settimane fa. E lui che fa? Manda l’esercito. Risultato: 23 morti, migliaia di feriti, arresti a tappeto».

«Lui» sarebbe Sebastian Piñera, il presidente del Cile.
«Quello che i politici non hanno capito è che la gente non si lamenta per capriccio. Si lamenta perché non ci sono i soldi. Io vengo da una famiglia poverissima, per questo capisco il mio popolo. Nella crisi, sta emergendo tutta l’arroganza del capitalismo. E vale anche per altri stati del Sudamerica».

Sta pensando di entrare in politica?
«Per carità. Da noi non c’è destra o sinistra, tutti siedono allo stesso tavolo. La nostra è una democrazia depotenziata. Il potere reale è in mano a sei-sette famiglie, che controllano l’economia e la comunicazione. Pensa, il governo ha regalato un mare a una di queste famiglie. Regalato. Un mare. Come se io possedessi la Costa Smeralda e tu la Riviera Romagnola».

Sembra di sentire le canzoni degli Inti Illimani.
«Bravo. Il cantante è un mio amico. Bei versi: “El pueblo unido jamas serà vencido”. Qui mi etichettano come un comunista solo perché sto con la gente, perché vivo tra la gente. Ma a me importa poco se sei di destra o di sinistra. Vorrei solo più dignità. Non dico giustizia, dignità. E’ brutto dirlo, eh, perché io amo il mio Paese. Però non vorrei che si tornasse a perdere la libertà». (...)

 

(...) De Rossi diceva che con lei in campo, nelle difficoltà, la palla era al sicuro.
«Con lui ci sentiamo spesso. Ne abbiamo vissute tante insieme. Quasi tutte belle, con un solo grande rimpianto».

Quale?
«Lo scudetto del 2010. I pianeti non si allinearono in quel campionato. E pensare che avevamo costruito un miracolo con 12-13 giocatori».

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Quella era la Roma di Spalletti. Come nasce il suo rapporto di stima con lui?
«Ci siamo conosciuti su un lettino d’infermeria a Udine. Io ero infortunato, lui entra per parlare a un dottore che gli comunica che Alberto non ce la fa. Stavamo lottando per la salvezza. Luciano comincia a dare capocciate al muro. Sul serio, non tanto per dire. Questo è stato il primo impatto tra noi».

E poi?
«E poi ci siamo voluti bene, litigando anche eh. Perché lui ha un caratteraccio ma anche io».

Dove allenerà?
«Non sarei sorpreso se in futuro ci fosse uno Spalletti-ter alla Roma».

Accidenti. Con Pizarro vice?
«Magari, chi lo sa. Ma sarebbe più giusto che tornassero prima Totti e De Rossi»

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