Roma, Mkhitaryan e Abraham sono due problemi

Roma, Mkhitaryan e Abraham sono due problemi© LAPRESSE
Giancarlo Dotto

Angosciosa e sempre sul confine del baratro, come quasi tutte le partite della Roma di Mourinho. La rabbia che monta dove manca la lucidità. Il furore che sarà cieco, ma almeno ti scaraventa in qualche direzione. Sarà questo che piace al tifoso giallorosso, passionale come pochi al mondo. Ibañez, più decisivo in area di Abraham, metteva la pezza e scongiurava titoli acidi come pallottole. Fischi mai uditi prima all’Olimpico e dunque rottura dell’idillio? Urge cambiare rotta, aspettando la pesca miracolosa e non esosa di gennaio.  

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Altro che goleada e vendetta! Sfiorata la figuraccia ennesima e, questo è chiaro, Bodø non sarà mai Godo, non solo da queste parti, per una semplice ragione, il Bodø è superiore alla Roma, sono decisamente più squadra e, forse, udite, hanno anche più qualità complessiva (ma che diavolo ci fa qui uno come Solbakken, 23 anni, un pozzo di talento, invece che in un club che aspira a vincere la Champions?). Evidenza difficile da ingoiare per le teste insanabilmente schematiche per cui se vivi a nord del circolo polare artico sei per definizione una specie di intruso che sbuca dal suo igloo per allevare renne, pescare salmoni in compagnia di Babbo Natale, e giocare a calcio nel tempo libero. E, invece, eccoli qua, ti sciorinano un calcio fluido, armonioso, corale, aggressivi senza palla. Belli e letali. Non perdono da 18 partite e sono l’espressione massima di un calcio norvegese che da qualche tempo in qua scodella talenti (non solo Haaland, vogliamo parlare di Botheim, altro cecchino classe 2000 del Bodø?). Due rigori evidenti da preistoria del calcio senza Var, un arbitro anche qui parecchio nemico (bisognerà fare prima o poi una ricerca seria sull’inconscio collettivo ostile nei confronti di Roma e dei romani) e secchiate di sfiga nella ripresa non sono attenuanti sufficienti.

Le premesse erano buone in quanto a umori e amori, i quarantamila (più di quanti al Meazza per Milan-Porto di Champions) da non crederci a far cantare l’Olimpico, i quattro reietti finalmente restituiti quanto meno alla dignità e un solo grido, un solo allarme, spazzare l’orrendo ricordo e riprendersi il primato nel girone. Impresa riuscita a metà. Mkhitaryan zampetta infelice, anche stavolta in una zona che più gli si addice. Zaniolo sembra perso in un suo marasma da crisi d’identità. Unica risorsa nel primo tempo, i lanci lunghi di Cristante, il giocatore più importante, con Pellegrini, della banda di Mourinho. La perla di El Shaarawy nella ripresa rianimava un Olimpico piombato nella depressione. Ecco uno che in questa Roma deve giocare sempre, anche con un alluce di meno.  
Il Mou che serve alla Roma è quello che non difende le sue scelte a oltranza, anche quando i fatti gli danno torto, è quello che se vede un Darboe palesemente inadeguato non esita a buttare dentro la sua ossessione negativa, Villar, o toglie Abraham, troppo tardi, per Boria Mayoral. Due enormi problemi, il già citato Mkhitaryan, anima persa, e l’inglese. Mimica e gesticolazione eccessiva degli attori del muto, ma significanza zero. 

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