
Roma, Sir Claudio Ranieri ambasciatore del made in Italy
È meglio che i Friedkin non pensino troppo a dove sarebbe adesso la Roma se alla quinta giornata di campionato, al posto di De Rossi, avessero ingaggiato Claudio Ranieri e non Ivan Juric. È meglio che non ci pensino perché non la finirebbero più di tormentarsi. L’allenatore romano è arrivato a metà novembre, dopo dodici giornate. La Roma aveva 13 punti. La zona Champions era a 25, quasi il doppio. Dodici punti più su, sembrava un altro mondo. E a 25 c’era anche la Lazio.
In quattro mesi e diciassette partite, da quel gruppo scalcagnato, da quella formazione che giocava col pubblico contro (come ha dichiarato lui stesso ieri), Ranieri ha estratto una squadra da record. Capace nel girone di ritorno di totalizzare 26 punti su 30. Nessuno come i giallorossi. Solo due pareggi (contro Bologna e Napoli) e la bellezza di otto vittorie. Di cui sei consecutive. E quattro per 1-0. Quel corto muso di cui pare ci si debba vergognare. E invece Ranieri non se ne vergogna, anzi. Quattro mesi dopo, la Roma è settima a quattro punti dal quarto posto. E a due dalla Lazio.
Stiamo parlando di un ambasciatore del made in Italy. Se solo avessimo la buona creanza di valorizzare le nostre eccellenze, invece di provare a denigrarle al primo passo falso. Ranieri è un’eccellenza dello sport italiano. Sport, non solo calcio. Uno tra i primi allenatori di casa nostra ad avere il coraggio di andare a lavorare all’estero. Di confrontarsi con altri mondi e altri modi di intendere il football. Lo ha fatto ancor prima del Duemila. Valencia, Atletico Madrid. Chelsea. Il resto è storia, la conoscono tutti. Eppure per tanto tempo non pochi hanno faticato a inserirlo nella prima fila degli allenatori di casa nostra. Non dimentichiamo che in Italia le sue ultime squadre sono state Sampdoria e Cagliari. Non proprio club di prima fila, con tutto il rispetto.
È tornato nella sua Roma con l’entusiasmo di sempre. Ha ricostruito la squadra innanzitutto come gruppo e poi dal punto di vista tecnico. Ieri la vittoria sul Cagliari è arrivata con gol di Dovbyk il calciatore che pochi giorni fa ha pungolato con frasi forti: «Se non mi fai la prestazione e non mi fai il gol, allora comincio a pensare. Deve lottare come tutti. Si è un po’ arreso? Non voglio crederlo. Se si arrende, ne ho altri 25 che vogliono giocare». Ecco cosa significa essere un grande allenatore. Significa sapere quando è il momento di usare il bastone e quando la carota. Non è per niente solo questione di numerini e di tattica.
La Roma ha battuto un Cagliari tenace che ci ha provato fino in fondo, a conferma della solidità della squadra di Nicola. L’unica nota negativa per i giallorossi è arrivata da Dybala. Da quella sostituzione precoce. Da quella smorfia di dolore. E da quello sguardo preoccupato. Ieri, dopo le fatiche di Bilbao, Paulo è partito dalla panchina ma Ranieri sa bene che è il sole attorno a cui ruota la sua squadra. Sir Claudio non ha mai pensato, neanche per un secondo della carriera, di essere più importante dei suoi calciatori.
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