Benevento, parla Vigorito: “Cannavaro è un progetto. E io non ho finito”

Intervista al presidente giallorosso che svela le nuove strategie: "Fabio vuole fare calcio a grandi livelli. Gli obiettivi? Tornare a essere una famiglia"
Benevento, parla Vigorito: “Cannavaro è un progetto. E io non ho finito”© LAPRESSE
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Antonio Giordano
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BENEVENTO - Da quella galassia che comprende una cinquantina di aziende e (più o meno) cinquecento dipendenti, ogni mattina, quando si sveglia Oreste Vigorito non va a scovare energia alternativa, men che meno soldi - ché sarebbe volgare dirlo o sospettarlo - ma la ragione di vita stessa affinché il suo calcio sia un universo nuovo. «Io inseguo il sentimento e qui si può». Benevento è il suo macro-cosmo, l’universo per vibrare emotivamente, e in questo pallone che insegue rimbalzi spesso innaturali, la regola di Vigorito, il presidente, rimane da sedici anni la stessa: «Provare ad essere felici». E il vento soffia ancora.

Per la serie niente è impossibile, dopo Pippo Inzaghi, un campione del Mondo, Oreste Vigorito ha scelto Fabio Cannavaro, un campione del Mondo con un Pallone d’Oro.
«Come dicevano una volta, prendi due e paghi uno. Ho provato, ci siamo riusciti».

Come nasce la tentazione?
«Io faccio il presidente, e penso di averlo sempre saputo fare, per le scelte di carattere tecnico c’è Pasquale Foggia. Ho lasciato che procedesse».

E poi ha aspettato il suo momento...
«Ci sono due giorni in cui non si può fare niente: ieri e domani. Vivo per l’oggi. Quando ho incontrato Fabio, ho seguito le mie abitudini: l’ho guardato negli occhi. Io credo negli uomini, non mi interessa sapere cosa ha vinto, quando e dove, se in Cina o sul Tibet. L’empatia ha funzionato».

Non gli ha chiesto niente?
«Solo cosa volesse.... E lui ha risposto: un campo. Un altro avrebbe invocato spogliatoi più belli o, che so?, dettagli marginali. Invece vuole lavorare, lasciando germogliare le sue teorie. So bene che il nostro manto erboso è capriccioso, anche se abbiamo giardinieri apprezzati pure a livello nazionale. Ma il clima non favorisce e quindi bisognerà intervenire in qualche modo».

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Cannavaro è un progetto.
«Come lo era Sandro, come lo è stato Sagna. Non faccio il collezionista di uomini-immagine, ma neanche analisi tecniche, però credo in valori sportivi e umani. Fabio è un giovane-vecchio che vuole fare calcio e a certi livelli, come noi. Un giorno dissi a Inzaghi, perché non chiami Ibra?».

E lo spinse a farlo.
«Mi sembrava perplesso. Lo convinsi con semplicità: ma scusa, non fa il giocatore? Non venne, però».

Cosa vorrebbe subito?
«In fretta non s’ottiene granché. A me basta che qui si torni ad essere una famiglia, che si respiri aria pulita come buona abitudine di questa terra. Si vince e si perde assieme. E se va male ci si rialza».

Sono stati mesi difficili, nel recente passato.
«Con il senno di poi, ho sbagliato a tenere Caserta. Ma non si ragiona così. Forse abbiamo buttato via delle partite e semmai anche un campionato, ma non è stata colpa sua. Il senno di poi non mi appartiene».

E quello di prima, non la fa frenare: investe, e tanto, senza che ci sia un interesse preciso, se non quello del cuore.
«I sentimenti verso Benevento sono forti. Io questa gente la conosco da sempre, mi dànno tutto, c’è chi va a Lourdes e mi porta la bottiglia con l’acqua santa, c’è una amministrazione che in poco tempo ha intitolato lo stadio a mio fratello. E la frase che mi ha colpito di Cannavaro, nelle nostre chiacchierate, ha semplicemente confermato che sto facendo la cosa giusta: presidente, non uno che le abbia mosso un solo appunto».

Per il libro che scriverà quando uscirà del calcio, s’è regalato un altro capitolo affascinante.
«Il calcio è irrazionale ma ha bisogno di essere irrorato da idee. I miei non mi hanno fatto mancare nulla, ma io quando da bambino andavo a giocare lo facevo mettendo a rischio l’unico paia di scarpe buone. Non sono nato figlio di Agnelli o di Moratti, però nel mio piccolo - e lo dico con umiltà - qualcosa ho realizzato. Non ho ancora finito».

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