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Kimi Antonelli esclusivo: "Imola è casa mia, non vedo l'ora"

Il 18enne bolognese, che ha sostituito Hamilton in Mercedes e stupito il mondo della Formula 1 in avvio di stagione, punta ora il Gp dell'Emilia Romagna: cos'ha detto
Alessandro Gargantini
Alessandro Gargantini

11 min

Pubblicato il 14.05.2025, 08:49

Il talento è qualcosa di naturale, spontaneo, non riproducibile artificialmente. Qualcosa che si accende all’improvviso, spiazza, lascia il segno per la sua unicità, su un campo di calcio, come in un autodromo. Lampi unici, che accecano, che non si dimenticano per la loro intensità. E l’ultimo bagliore puro che ha offerto la Formula 1 è opera di Kimi Antonelli, che a Miami ha rubato la scena e regalato emozioni che resteranno per sempre nella mente di chi ama lo sport. Ha preso in contropiede un paddock intero, che a inizio anno aveva accolto il diciottenne bolognese come un oggetto da scoprire, e che ora riconosce nel talento italiano le stimmate del fuoriclasse assoluto. In una intervista in esclusiva, con Kimi abbiamo fatto il bilancio della stagione e cercato di capire come si valuta, in cosa punta a migliorarsi e come vivrà la “sua” Imola. Lasciando che le cose fluiscano naturalmente, come a Miami.

Imola è alle porte. Cosa significa correre per la prima volta in Italia in Formula 1?
«Affronto la corsa di casa con tanta carica, ci sarà un’atmosfera elettrizzante, resa speciale dai tifosi. Sarà molto bello, ma mi aspetto che sarà altrettanto tosto. A livello mentale sarà un turbine di emozioni da tenere sotto controllo. Imola è una pista che conosco molto bene e che mi sta a cuore. Non vedo l’ora di correre e dare il massimo. Ho fatto parecchi giri sul circuito del Santerno, conosco i suoi segreti, ma con la Formula 1 sarà diverso, pur avendo fatto alcuni test. Certamente, sulla carta, sembrerebbe più semplice rispetto a Miami, dove non avevo mai corso, ma mi ci sono trovato benissimo. Ad ogni modo, Imola è un tracciato che conosco molto bene e che mi piace molto. Ma questo non fornisce alcuna garanzia».

Qual è la cosa più sorprendente dal debutto in Formula 1?
«Senza dubbio, l’intensità che dobbiamo mantenere in ogni fine settimana di gara, dal primo turno di prove libere fino al termine del gran premio. Non ci sono momenti nei quali si può abbassare la guardia. Anche quando ci sono tre turni di prove libere bisogna sempre correre, siamo continuamente sollecitati. Ogni sbavatura, ogni imperfezione può essere fatale. Non bisogna eccedere, perché un incidente rischierebbe di pregiudicare l’intero fine settimana, ma tutto va svolto con un’intensità molto alta, perché serve spingere subito. Il rischio sarebbe di ritrovarsi troppo indietro rispetto agli altri e dovere fare degli step troppo grandi. Serve essere iper-reattivi, spremere il massimo della monoposto sin dai primi chilometri in pista e trovare sempre il limite».

Quanto incide la qualità del lavoro di preparazione ad un gran premio?
«Un sacco di lavoro viene svolto a Brackley, in azienda. Al giovedì, prima di un gran premio, svolgo un lavoro di almeno quattro ore con i nostri ingegneri, valutando tutti i possibili scenari e set-up, individuando anche le soluzioni ad ogni possibile problema si dovesse presentare. Sono i classici “what if” che servono ad essere preparati ad ogni eventualità e non perdere tempo in processi decisionali troppo lunghi in pista. Se accade qualcosa, abbiamo un piano su come reagire in vari scenari. Inoltre, guardiamo i dati dei gran premi precedenti, gli on-board, gli assetti, tutto quello che ci piò aiutare. È un lavoro importante, svolto scientificamente».

La cosa più difficile?
«Ho ancora tanto da imparare. In ogni fine settimana cerco di fare tesoro di ogni cosa. Dopo ogni gran premio, mi sento più preparato rispetto al precedente. Certo, ci sono tanti piloti che hanno molta più esperienza di me. Ad esempio, sento che in qualifica, quando arrivo in Q3, non riesco ancora ad estrarre il massimo, quel decimo, dalle modifiche che abbiamo fatto. Posso fare di più. Ci sono degli elementi legati all’esperienza che richiedono un po’ di tempo, anche in gara. Ad esempio, nello stacco della frizione in partenza a volte sono ancora un po’ altalenante, ma ad ogni start vedo che riesco a migliorare in tanti piccoli dettagli che poi fanno la differenza. Sotto certi aspetti non mi sento ancora super a mio agio, ma sono contento dal riscontrare una continua crescita».

È più complicato preparare un fine settimana normale o uno che prevede la Sprint Race?
«Quando c’è la corsa breve mi sembra di rivivere i miei tempi in Formula 2, visto che il format è lo stesso. Dopo un turno di libere, si va subito in qualifica e ci sono due corse ogni weekend. Ad ogni modo, non è facile, perché in Formula 1 il livello è molto più alto ed avere una sessione sola può rendere tutto più complicato. Credo che, anche su una pista nuova, se si inizia con un buon ritmo sin dal primo turno, come accaduto a Miami, si può fare un buon lavoro».

Qual è il prossimo obiettivo?
«Prima della corsa di Miami, il mio obiettivo era di conquistare il primo podio. La mia mentalità è sempre quella di cercare di essere il più veloce e cercare di vincere, ma nello stesso tempo dobbiamo essere molto realisti. Non ci sono due fine settimana uguali. Cerco di alzare sempre l’asticella e migliorarmi con costanza».

Va meglio in qualifica o nel passo gara?
«La gara è molto complicata. La qualifica riguarda un giro solo, mentre nel corso del gran premio ci sono più fattori da tenere in considerazione. Preparare un gran premio, e reagire a diverse situazioni, è più difficile. Anche per quel che concerne la gestione del degrado, a volte in gara è molto più alto rispetto alle aspettative del venerdì. Lì, serve reagire e, in questo caso, l’esperienza può fare la differenza. La qualifica è molto delicata perché, di pista in pista, l’evoluzione del tracciato cambia e diventa difficile mettere tutto insieme in un giro solo. Bisogna sapere dare tutto, concentrando il meglio in una sola tornata, considerando tantissimi elementi. Tanto in qualifica che in gara, ci sono aspetti delicati, che sono però diversi».

È così importante correre con aria fresca davanti?
«Quando sei in area fresca, è tutto più facile. In Bahrain, quando ero alle spalle di una vettura, perdevo trecento chili di carico: la macchina a quel punto inizia a scivolare, e questo comporta consumo e surriscaldamento delle gomme. Arriva aria calda, i freni, le gomme ed il motore ne soffrono. Si innesca una reazione a catena negativa».

Quale giudizio può riassumere la stagione 2025 fino ad ora?
«lo sono molto autocritico, ci sono state cose molto positive, ma anche altre dove serve crescere, mi riferisco a situazioni alle quali non ero abituato. Penso che di avere fatto un discreto lavoro, ma so che c’è tanto da migliorare».

Il quarto posto a Melbourne è stato di aiuto sotto l’aspetto della fiducia?
«Sicuramente. Il gran premio d’Australia è stato, di gran lunga, il più difficile sinora. È stata la mia prima corsa in Formula 1, ha piovuto, ma la pista si è asciugata ed abbiamo dovuto andare con le slick sull’umido per poi rimontare le intermedie. Non potevo debuttare in un contesto più infernale, ma alla fine abbiamo ottenuto un buon risultato che mi ha aiutato sotto tanti aspetti. Concludere al quarto posto, dopo aver preso il via dall’ottava fila, è stato importante».

A Miami è arrivata la prima pole position. C’è un segreto alla base del feeling immediato con la pista americana?
«Abbiamo svolto una sessione al simulatore, per un giorno solo, prima di partire. Era una pista complicata, soprattutto il secondo settore che ha molti muri. Se posizioni la macchina male, sbagli un intero settore, esattamente come a Jeddah. È accaduto tutto naturalmente, ma vi confesso che avevo delle sensazioni positive prima di prendere il volo per la Florida».

Qual è la tipologia di pista che si sposa meglio con la Mercedes W15?
«Credo che la nostra macchina sia abbastanza forte nelle curve lente e in quelle che si percorrono a media velocità. A Miami, con solo due curve veloci, siamo riusciti a difenderci bene. La nostra macchina è efficiente anche in termini di trazione. Da quel che ho potuto vedere finora, abbiamo una monoposto molto buona, che sembra sposarsi bene in qualsiasi pista, soprattutto in qualifica. La nostra è una vettura che dà molta confidenza ai piloti alla guida, e questo è molto importante».

Per quel che concerne il ritmo gara, pensi che la track position sia sempre così decisiva?
«Sì, se partiamo davanti, in certe condizioni sappiamo difenderci molto bene. Mi sono trovato molto bene nella gestione delle gomme, come a Suzuka. Altre volte, come in Bahrain, ho fatto più fatica. Era la prima volta in cui mi sono trovato nella condizione di dovere spingere molto nel traffico, e questo mi ha penalizzato, ma allo stesso tempo insegnato molto. Con l’aria sporca ho avuto molto problemi, come dicevo: si perde carico, si pattina di più, si ha meno trazione. Le gomme escono dal loro range di utilizzo ottimale. Questo obbliga a cambiare le strategie di gara».

Rispetto a Melbourne, quanto velocemente sono passati i primi sei gran premi dell’anno?
«Direi che tutto è stato velocissimo! A me sembra ancora ieri quando sono sceso in pista per svolgere i preseason test in Bahrain. Melbourne è stata molto tosta per quel che concerne l’aspetto emotivo. Non scorderò mai la prima sessione in pista da pilota ufficiale: è un sogno che coltivavo dai tempi del kart che si stava realizzando. Una cosa che mi ha fatto venire i brividi, ma era un passaggio inevitabile. Oggi, con un po’ più di esperienza, mi viene già tutto più naturale!».

 

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