
Il cervello di Etnz
S e Te Kākahi e Taihoro si fermano in mezzo al campo di regata perché qualcosa non torna, Stefano Morosin, responsabile dell’elettronica di bordo per l’AC40 e l’AC75, lo sa prima di loro e ha già la diagnosi in testa. Unico italiano con un curriculum che pesa quattro Coppe America, tre consecutive con ETNZ, una nel 2010 con Oracle, è l’uomo dietro ai sensori, alle fi bre ottiche che corrono dentro un guscio di carbonio e parlano tutte insieme. E lo fa da italiano, in una squadra che di italiano ha ben poco.
ROUTINE
Una giornata qualunque raccontata da lui, la routine suona quasi disarmante: «Si arriva in base, si controlla la batteria, si accende la barca, si passano in rassegna i sensori, si monta l’albero». Ma è un’illusione: «Dietro c’è un esercito silenzioso di controlli e verifi che, numeri che devono avere un senso, altrimenti la giornata si complica. La diff erenza la fa la barca. L’AC40 è quasi un kart: one design, poche variabili, manutenzione e via.
L’AC75 è un cantiere: sviluppo continuo, modifi che quotidiane. Perché ogni cambiamento è un rischio. Meglio una barca noiosamente affi dabile che una brillante e capricciosa». Il 99% invisibile. Il pubblico vede foil che tagliano l’acqua, timonieri concentrati, velocità. «Quello che non vede è il 99% che davvero decide l’esito: angoli dei foil, temperature, carichi strutturali, audio di bordo, telecamere su ogni centimetro di manovra. A terra e sul gommone, lo staff segue i numeri: se una soglia di sicurezza viene superata, la barca si ferma. Non si negozia con la fi sica del carbonio. L’istinto del velista non è sostituito dal dato, ma allenato da esso: equipaggi che si accorgono in pochi secondi se qualcosa non torna, mentre la sala controllo lo sa già, perché ascoltava la stessa conversazione in cuffia». La filosofi a del budget stretto. Sui soldi, Morosin si adegua alla valutazione del team: «Se hai dieci euro e non sei sicuro che investirne sette in un test ti dia un vantaggio, forse è meglio tenerteli. Chi ha budget più larghi può svegliarsi la mattina e provare qualcosa “perché sì”. ETNZ no.
CUORE ITALIANO
Essere costretti a scegliere con cura, tre Coppe dopo, è diventato più un metodo che uno svantaggio». L’unico italiano tra gli anglosassoni, Morosin è l’unico azzurro operativo nel team, con la moglie Giordana, in una cultura neozelandese di regole rigide e poco “va bene lo stesso”. Ammette di aver dovuto smussare tanti paletti mediterranei: «Essendo in netta minoranza, meglio non alzare troppo la voce quando qualcosa non convince». Automazione sì, ma non troppo. Sul futuro non fa il profeta di comodo: «L’intelligenza artificiale è già entrata, come ovunque. Ma l’idea di una Coppa totalmente autopilotata non mi piace: spero che il timoniere resti al timone, letteralmente». E difende la modernità della competizione: «Non si può pretendere di correre in Formula 1 con una Fiat 500. Se non piace la velocità, ci sono sempre i Maxi a Porto Cervo». L’emozione che i numeri non spiegano. Dopo una vita a tradurre il vento in numeri e i numeri in decisioni, ciò che ancora gli fa battere il cuore non è un dato: «È vedere la barca staccarsi dall’acqua il primo giorno di allenamento, e soprattutto il primo incrocio con l’avversario, quel momento in cui capisci subito se hai margine o è già battaglia. Tutto il resto, sensori, software, fi bre ottiche, sono solo il modo più elegante mai inventato per continuare a sentire la stessa vecchia emozione».
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