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Stadio
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MIracolo al settimo piano

Pochi mesi di praticantato, il ruolo di caporedattore, la chiamata del Cavalier Monti dal “piano alto”: Stadio a colori nacque così...  

MIracolo al settimo piano

È al Settimo, il piano “altissimo”, dove turbina la mente del Grande Capo. Lassù si pianifica, avvolti dall’immenso alone di riservatezza che il Capo tramanda lungo la strada maestra, anzi, l’autostrada della sua capacità intellettiva, fortemente sorretta dal carattere tosto che dona quella Romagna che fa capo alla nobil Ravenna. Consiglieri, o consigliori, non allungano passi silenti lungo i corridoi del “Settimo”: quando il Monti c’è, c’è. E il suo cognome dice chiaramente quanto sia difficile… scalarlo per le infinite vette della finanza massima che gli fan corona turbolenta. E il suo essere alla sala magnifica del “Settimo” è ombra di catene d’arrampico politico-inventivo, scolpiti monumenti di legno duro, quello imparato da babbo falegname, in quel borgo di San Biagio a Ravenna.

CAVALIERE.

Mi… trascina questo prologo d’affetto, se non d’amore, per un uomo più uomo che Cavaliere. Ma Attilio - ci si azzardava a sproloquiarne il Casato nei piani bassi del Carlino e di Stadio, i due baffi di cultura nel cuore di una Bologna, anche “insegnata” dal “partigiano” Enzo Biagi – aveva anche sagacia in modernità, in futuro, scegliendo, come d’improvviso, le idee di realizzo. Tanto da chiamare al “Settimo” il sottoscritto e dirgli senza farlo sedere, fronte scrivania immensa, che aveva deciso di promuoverlo a qualifica maggiore. Fu giornata e notte turbolenta, di invidie comprensibili verso il ragazzotto quasi figlio di falegname anche lui, venuto dal paesello a conquistarsi, in pochi mesi di praticantato, il ruolo di caporedattore, con possibilità illimitata di salire al “Settimo” ogni qual volta vi 
fosse necessità di disbrigo. Di manifestare, con volo privato a Parigi, un aereo della sua nuova flotta concepita a Bologna: due piloti, un fotografo, il sottoscritto, e un salto da Hermes a comprargli una cravatta speciale. E tornando, nel disbrigo del pacchetto-regalo, la sua voce che sentenzia: «In un giornale sportivo che si rispetti ci vuole il colore. Lei prende uno dei tecnici e va in Germania a scegliersi il tutto per fare di Stadio il primo quotidiano a colori d’Italia e, credo, d’Europa, s’informi». Come nel più banale degli spezzoni di film d’avventura, il telefono che trilla, Monti che risponde, le mani tese a dirmi di togliermi d’impiccio.

GERMANIA.

Ma quale impiccio? Con chi avrei dovuto colloquiare? Dove saremmo andati? Perché il ragazzotto del paesello, e non gente di consumata validità, dislocata nella torre bianca di via Mattei? Partimmo, Lui come mio padre, io come figlio a reggere le difficoltà; in una Germania – avevamo scelto - dove si poteva attingere a quel “massimo” che voleva e pretendeva il Cavaliere. Comprammo una Man (da… confondersi con l’azienda mezzi di trasporto). Portata a Bologna, ebbe i suoi tempi complicati nel montaggio e nei test, poi finalmente la decisione. Si partì con una prima pagina che aveva disegnato il sottoscritto, quattro tubetti dei quattro colori fondamentali che si svuotavano dalla testata sino a imbrattare gran parte del foglio pagina. Una banalità, ma tanta passione d’avvio, di preminenza (c’era già chi voleva anticiparci in quella disputa d’orgoglio che piaceva tanto a Monti e molto meno ad altri…). 

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