Manuela Leggeri: "Con Velasco torno a vivere la mia favola azzurra"

La capitana della Nazionale campione del mondo nel 2002 farà da assistente al ct: "Polemiche e critiche fuori dallo spogliatoio, chiederò umiltà"
Manuela Leggeri: "Con Velasco torno a vivere la mia favola azzurra"
4 min
Giorgio Marota

ROMA - Anche i campioni del mondo pagano le bollette. E così, pure Manuela Leggeri - capitana dell’Italvolley che trionfò in Germania nel 2002 - in queste settimane viene tempestata come tutti noi dai call center. «Squilla il telefono, numero che non conosco. Stranamente rispondo: un uomo parla italiano con un accento spagnolo. Penso “chissà cosa vuole offrirmi”. È Julio Velasco: mi propone di entrare nello staff della Nazionale». Certe favole nascono quasi per caso e con il mercato libero, si sa, i contratti si fanno che è una bellezza.

Ha detto subito “sì”? 
«Non ci ho pensato un attimo. Ho ripreso ad allenare le bambine, l’Under 16 e la Serie C a Piacenza dopo tre anni di stop, prima per il Covid e poi per la malattia di mio marito. Con la sua morte sono rimasta isolata dal mondo. E all’improvviso arriva la Nazionale. Un segno dal cielo. Mi sono detta: “Io che c’entro?”».

Velasco gliel’avrà spiegato. 
«Mi ha chiesto di portare dentro lo spogliatoio l’umanità della Manu e il bagaglio esperienziale della Leggeri. Lui mi ha allenato in Nazionale, è un mito e un maestro che non smette di sorprendere».

Lo sa che molte di queste ragazze sono cresciute ammirando la sua Nazionale? 
«Tante di loro dovevano ancora nascere. Con Moki De Gennaro però ho giocato, era una bimba già fortissima. Poi ho sfidato una giovanissima Sylla».

Ci aiuta a capire perché in A1 non c’è neppure un’allenatrice? 
«È un tema culturale complesso. Forse le donne facendo i figli sono meno libere di muoversi. La nostra società poi è piena di pregiudizi: ancora ci sorprendiamo se una direttrice di banca è donna. Io ho avuto grandi guide donne, tutte fondamentali per la mia carriera».

Cosa le hanno lasciato? 
«Penso a Rizzi, Avalle, Vannini, Benelli, Lang Ping. Con un’allenatrice una giocatrice può creare un feeling diverso, si crea un rapporto che ti permette di parlare anche di cose intime. Quando a 15 anni giocavo in A1 e avevo problemi con la scuola, ad esempio, Simonetta Avalle era sempre pronta ad aiutarmi». 

Cosa cambia invece nell’allenamento e cosa potrà dare lei a questa Nazionale? 
«Faccio un esempio: se a un uomo dici “prova la diagonale stretta” lui tenta, a costo di tirare nel suo stesso campo. Con le donne è diverso: hanno un carattere pazzesco, ma bisogna dare loro continuamente coraggio. Anche Barbolini e Bernardi saranno grandi riferimenti per me».

Da tifosa come hai visto le azzurre di recente? 
«La squadra è super, ma ha bisogno di continuità. Il mio gruppo nel 2001 perse 3-2 una finale dell’Europeo, nel 2002 vinse il Mondiale e poi fece un Europeo nel 2003 penoso. Dobbiamo resettare tutto».

Il caso Egonu rischia di aver lasciato delle scorie. La sensazione è che Velasco sia arrivato proprio per riportare armonia.  
«Il passato non lo conosco perché non l’ho vissuto. Dico solo che dobbiamo lasciar fuori dallo spogliatoio critiche e polemiche. I social hanno troppo potere, influenzano la vita di queste ragazze. Distinguere la persona dall’atleta è fondamentale. Ai miei tempi dicevo “giudicate le prestazioni di Leggeri, ma lasciate stare Manuela”».

Lei è partita da Sezze e Priverno, nella provincia laziale, e ha raggiunto tutti i suoi sogni. Che consiglio darebbe oggi a una ragazza? 
«Le direi che gli ingredienti del successo sono umiltà, dedizione e tenacia. Da giocatrice mi dicevo sempre “Non permettere alle tue paure di ostacolare i tuoi sogni”, ma il talento va innaffiato con il sudore». 

Lubian, Danesi, Squarcini, Fahr e tante altre. Da ex nel ruolo, a centrali come siamo messi? 
«Alla grande. Al livello delle nazionali migliori del mondo».

Per 326 volte ha rappresentato l’Italia. Sarà suo compito anche spiegare il valore di questa maglia? 
«Se a una giocatrice dovrò spiegare cosa significa indossare la maglia azzurra significa che lei è nel posto sbagliato. Ciò che mi mancava più della pallavolo era l’emozione dell’azzurro e oggi ho la fortuna di poter indossare ancora quella divisa in un ruolo diverso. Mi sento fortunata, sono una bimba felice. E vorrei vedere lo stesso spirito nelle giocatrici». 


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