Un Paese allo snodo
Se promossi, se bocciati
Se promossi, il popolo si turerà il naso, alla Indro Montanelli, e spaccerà la «presa» (del fortino) per un’impresa, riponendo negli arsenali le tradizionali armi di distrazione di massa: troppi stranieri, impianti di proprietà, Serie A a diciotto, più vivai e meno via-vai, eccetera.
Se bocciati, le piazze unificate inviteranno Gabriele Gravina a togliere il disturbo per «responsabilità oggettiva», in quanto mittente e complice della paralisi sistemica. Senonché, presidente federale dal 2018, «Slavina» ha già fatto sapere che, comunque finisca, non offrirà il collo alla ghigliottina delle tricoteuses sferruzzanti ai piedi delle edicole, memore di un italianissimo aforisma attribuito a Winston Churchill: «Ho dato le dimissioni, ma le ho rifiutate».
Non dimenticare le Coree e i Bodø
Ricapitolando: sempre lì, sul filo delle percentuali, con Federico Dimarco and company beccati a festeggiare il ribaltone del Millennium Stadium. Una ragazzata. Premesso che stiamo parlando della Nazionale che, il 6 novembre 1996 a Sarajevo, ci batté in amichevole per 2-1 e suggellò il ciclo di Arrigo Sacchi, preferisco anch’io i nipoti di Safet Sušic, il geniaccio che dai sentieri ricavava autostrade, agli eredi di John Charles e Ryan Giggs. A un patto, però: di non dimenticare le Coree e i Bodø.
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