L'ultima impresa di Franco Baresi

C'era un popolo in piena regola che riconosceva al numero sei rossonero la virtù rarissima della fedeltà a una bandiera
Franco Ordine
Franco Ordine

5 min

Pubblicato il 05.08.2026, 09:51

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Ai meno, che non lo conoscevano, è bastato forse scorrere le immagini provenienti dalla diretta tv e dai social per cogliere la straordinarietà dell’evento. Ai più, che lo hanno visto correre a testa alta dietro un pallone a scacchi e alzare spesso al cielo d’Europa e del Giappone i più importanti trofei, non bisogna spiegare niente, se non provare a cogliere il senso di un martedì che rimarrà scolpito nella memoria collettiva di Milano e dello sport italiano. Sotto un sole feroce come sa esserlo quello del capoluogo lombardo nei primi giorni di un agosto bollente, un intero popolo si è svegliato di primo mattino, ha invaso le strade del quartiere tra corso Magenta e via Carducci, si è vestito con la maglia rossonera e il numero 6 stampato in bianco sulla schiena, la sua maglia finita nell’Olimpo perché sospesa dal ‘97, e ha stretto in un abbraccio da togliere il respiro la bara chiara con i resti del Capitano con la maiuscola, al secolo Franco Baresi, arrivata alla Basilica di Sant’Ambrogio scortata da Maura, la moglie, dai figli e dai parenti.

Non li abbiamo contati perché era impossibile, erano di sicuro in migliaia ed erano di ogni età, di ogni lavoro, di ogni provenienza ed estrazione, molti col fazzoletto bianco a proteggere il capo come usavano gli operai di un tempo sul cantiere. Uno di loro, un operaio al lavoro, vestito con la maglia si è affacciato dal ponteggio di un palazzo in ristrutturazione per salutarlo. Nelle strade attraversate dal corteo un fiume di persone, di bandiere, di mani protese verso l’auto scura.

C’erano anche i ragazzi, che poi ragazzi non sono più, della curva sud. Quelli ci sono sempre stati nella buona e nella cattiva sorte. Era insomma un popolo in piena regola che riconosceva in Franco Baresi la virtù rarissima della fedeltà a una bandiera, fedeltà che avrebbe potuto cambiargli la carriera visto che ha accettato di seguire il Milan nelle disavventure in serie B. Con loro c’era il Milan di ieri, dell’altroieri e di oggi, ma c’era soprattutto il mondo, il meglio dell’aristocrazia calcistica europea, dalla Juve al Real Madrid, c’era Ranieri, dt del club Italia con la maglia azzurra, e c’era l’Inter.

Ecco la seconda memorabile lezione offerta da Milano in questa giornata che non disperderà i suoi valori: il derby è stato vissuto come quello autentico allo stadio, senza veleni e senza acidi commenti. Beppe Bergomi ha letto la prima lettura del rito religioso ed è stato accolto con gli applausi della folla in attesa, mentre con Marotta, presidente dell’Inter, attraversava il muro umano. Insieme i due, Franco e Beppe, vestiti di bianco, hanno regalato a noi tutti l’ultima immagine pubblica di Baresi già segnato dalla malattia, mentre impugnavano la fiaccola olimpica destinata al braciere di Milano-Cortina.

Nelle pieghe di questo mesto pellegrinaggio si è colto pure il sentimento popolare che ancora governa i cuori del tifo milanista, cosi sensibile alla gloria vissuta (gli applausi composti a Paolo Maldini, Marco Van Basten, Dejan Savicevic, Roberto Baggio ne sono una plstica testimonianza) e qualche fischio di disappunto destinato a Paolo Scaroni, il presidente, e a Gerry Cardinale, il proprietario, che sta provando, in queste settimane di dedizione esclusiva alle sorti del club, a rovesciare il clima tossico delle ultime stagioni e successivo persino alla rivoluzione del maggio scorso. Se questa gelida accoglienza di Sant’Ambrogio dovesse contribuire a disegnare la stessa traiettoria conosciuta da Franco Baresi nei giorni difficili in cui non fu mai sfiorato dal sospetto d’aver sbagliato sponda calcistica, suggerendogli la forza per cambiare il destino personale e dei rossoneri, beh, vorrà dire che il Capitano con la maiuscola è riuscito ancora una volta a sorprendere e a compiere un’impresa senza spendere una sola parola.

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