© APS Quiñones, l’artista del Messico
Nove minuti. A volte la felicità non ha bisogno di lunghe attese, basta un attimo per ribaltare una vita. Quando il pallone calciato da Julián Quiñones ha fatto saltare il bunker del Sudafrica, nella notte inaugurale del Mondiale, l’Estadio Azteca si è trasformato nella casa del carnevale. Non è stato solo il primo gol del torneo, ma l’inizio di una tregua, o forse di un amore tardivo. Un intero popolo che fino a ieri lo guardava un po’ di traverso – ricordando le sue origini colombiane e accogliendolo con cori negativi a Guadalajara – si è riscoperto improvvisamente fratello del suo nuovo centravanti.
Il ragazzo di Magüí Payán
Quiñones è di Magüí Payán, il villaggio colombiano dove è nato, ma le sue gambe e il suo cuore oggi appartengono al Messico. In patria non lo hanno mai capito né convocato, così lui ha fatto le valigie, ha masticato il pane duro della Liga MX e si è preso la nazionalità per diritto di gratitudine. Poi è andato a raccogliere oro in Arabia con l’Al-Qadsiah, firmando una stagione da extraterrestre: 33 gol in 31 partite, sfilando il titolo di capocannoniere a Cristiano Ronaldo. Destro naturale, un metro e 77, istinto e rapidità: non solo centravanti, ma anche falso 9. Poteva essere il classico calciatore a fine carriera, sazio e distratto dai petrodollari. Invece, con la maglia numero 16 del Tricolor, Quiñones sta giocando un mondiale da romanzo. Dopo la perla del debutto, ha concesso il bis contro la Repubblica Ceca, blindando il passaggio del turno per la squadra di Aguirre a punteggio pieno. Quando corre sulla fascia sinistra sembra inseguire un riscatto che va oltre uno schema. L’Azteca, che lo aveva accolto con qualche riserva, si è ricreduto. Un ragazzo venuto da lontano che ha sposato il significato della parola appartenenza.
