© Getty Images Romo, il leader silenzioso del Messico
Mentre le copertine dei giornali celebrano l’eleganza di Julián Quiñones e la gioventù del trequartista Gilberto Mora, classe 2008, in forza al Club Tijuana, c’è un gregario di trentuno anni che si è preso il centrocampo del Messico senza chiedere il permesso a nessuno. Luis Romo cammina sul prato di questo Mondiale con il passo misurato di chi sa perfettamente da dove viene, e soprattutto quanta fatica sia servita per arrivare fin qui.
Il carisma
La notte della sfida con la Corea del Sud ha detto tutto quello che c’era da sapere su di lui. Un inserimento perfetto e quel gol dell’uno a zero che ha fatto respirare un intero Paese. Non è un attaccante, Romo. Fa il difensore o il mediano, nella Liga MX indossa la maglia del Guadalajara e si occupa di ripulire i palloni sporchi, quelli che gli artisti preferiscono non toccare. Pochi giorni dopo, contro la Repubblica Ceca, ha concesso il bis nel modo che gli riesce meglio: un assist al bacio per apparecchiare il definitivo 3-0.
Il ct Aguirre
Sostanza, equilibrio, chilometri. Romo sposa una causa e non la tradisce. Lotta, fatica, si carica i sacchi sulle spalle. Come ha capito subito Aguirre, alla sua terza esperienza sulla panchina del Messico. È il mastice che unisce i reparti. Il ct non rinuncia mai al suo dinamismo. Con tre clean sheet nelle prime tre partite e il passaggio del turno in tasca a punteggio pieno, questo Messico operaio e solido ha la faccia quadrata e seria del suo numero 7. Romo governa, contrasta, rincorre gli avversari e, quando serve, decide le partite. Senza fumo, solo con l’autorità silenziosa dei giusti.
