Schillaci, un romanzo non previsto

A due anni dalla scomparsa di Totò re di Italia '90, De Rosa lo racconta in un libro poetico e commovente che ci restituisce l'uomo, il calciatore, i suoi indimenticabili occhi e le sue contraddizioni
Valeria Ancione
Valeria Ancione

12 min

Pubblicato il 18.09.2026, 12:00 (Aggiornato il 18.09.2026, 12:22)

Non è una biografia ma, un romanzo. Facile perché Totò Schillaci è stato un romanzo vivente, che abbiamo letto in corso d’opera, mentre lui stesso scriveva le pagine della sua vita e della sua carriera. Per i siciliani, i messinesi in particolare, ha rappresentato un’epoca di gioia, ancora più che di gloria. Segnava a raffica, aveva gli occhi “spirdati”, ti accoglieva nell’enorme cartellone pubblicitario all’uscita dal traghetto, per tutti “la” Caronte, col suo sorriso lieve e lo sguardo pieno di riconoscenza. I siciliani lo hanno amato prima di tutti, prima degli... italiani, grazie anche al professor Scoglio che al suo prediletto allievo non chiedeva rigore e disciplina ma gol. Gol a raffica. E Totò, da Palermo, quartiere Cep, a suon di quei gol segnati col Messina, è “emigrato” a Torino, alla Juventus e ha conquistato un posto in Nazionale: a quel punto non era più solo roba siciliana, era di un Paese intero che nelle Notti Magiche di Italia ‘90 di lui si innamorava.

Se pensate che di Schillaci non ci sia nient’altro da sapere, vi sbagliate perché val la pena scoprire chi era l’uomo dietro il calciatore che abbiamo conosciuto, amato e diciamolo anche preso in giro e poi snobbato. Corrado De Rosa cerca, trova e restituisce l’uomo, consacrandolo a personaggio di un romanzo: “Totò Schillaci. Non ero previsto” (edito 66thand2nd) è un romanzo poetico e commovente, in cui al protagonista gli si perdona tutto e non gli si perdona niente e forse ci libera dal giudizio per conservare nella memoria i suoi gol, le sue facce eloquenti e le sue contraddizioni. De Rosa, psichiatra, saggista, è un appassionato di calcio, si definisce un tifoso “laico”, ama il calcio argentino, ha già pubblicato nel 2023 “Quando eravamo felici” (Minimum fax), in cui con abilità e profondità di sguardo, attraverso una sola partita, Italia-Argentina del Mondiale del ‘90, fa la fotografia di un calcio come metafora della vita.

A due anni dalla scomparsa di Totò Schillaci, per un tumore il 18 settembre 2024 alla soglia dei 60 anni, questo libro bussa al cuore di tutti quelli che, con i suoi gol e i suoi smarriti occhi, per qualche notte si sono sentiti di valere e hanno potuto vedere come il talento quando incontra la fame fa diventare qualcuno. Un indimenticabile qualcuno.

De Rosa, perché un’altra biografia su Schillaci?

«Perché è un personaggio che racconta l’Italia. Gli anni 80 sono quelli del possibile: l'urlo di Tardelli, le tv di Berlusconi, l'edonismo craxiano, l'illusione di prosperità. Per il Paese e per Schillaci tutto culmina nell'estate del '90, l'ultima grande festa collettiva. Poi il crepuscolo: stragi di mafia, Tangentopoli. Lui fatica alla Juventus, balbetta all'Inter, finisce in Giappone. Per entrambi il Mondiale è uno spartiacque».

Il calcio può essere lo specchio della società?

«Attraverso lo sport una società si racconta. Nel '34 il regime usa il Mondiale per mostrare la propria forza; le Olimpiadi del 1960 servono ad apparire credibili dopo il Fascismo. Le Notti magiche di Italia ‘90 dicono: "guardate quanto siamo belli"».

Totò già non c’era più quando lei ha deciso di scriverne: oltre al materiale che ha raccolto su di lui, ha anche intervistato familiari, amici per questa biografia?  

«No, avrei rischiato un patto affettivo che volevo evitare. Mi interessava dare forma nuova a ciò che era già pubblico, non ero alla ricerca dello scoop. Vengo dalla saggistica d'inchiesta, sono abituato a incrociare fonti: qui ho provato a farlo con gli strumenti del romanzo. Ho utilizzato il libro della figlia Jessica, “Solo io posso scrivere di te”, l’autobiografia, le interviste, i filmati».

Raccontare il personaggio è un’occasione per parlare del contesto che lo circonda?

«Sì. Schillaci senza Palermo non si comprende: la città è un personaggio del libro. In Giappone, la sua esperienza spiega un modello capitalistico e un'idea del calcio. La Juventus degli Agnelli rappresenta l'Italia industriale: il club cerca talenti meridionali per costruire un'identificazione da parte degli emigrati dal Sud che lavorano in fabbrica. Una biografia mi interessa se diventa la storia del mondo che ha prodotto quell'uomo».

Il suo è un romanzo molto intimo, non ha rischiato di disturbare qualcuno?

«I figli potrebbero chiedersi perché uno sconosciuto racconti loro padre. Per questo mi sono limitato a ciò che era già pubblico, dei suoi rapporti con le donne, per esempio. Volevo illuminare zone meno osservate: genitorialità, fragilità affettive, la lucidità con cui ha affrontato la fine della carriera. Ho provato a restituire la complessità senza violarla».

Chi era Schillaci?

«Un uomo contraddittorio e, paradossalmente, fedelissimo a se stesso. La sua energia nasce dalla stessa tensione di fame di riconoscimento e insieme paura di tornare invisibile. Sembra che giochi per sopravvivere: trasforma la fragilità in movimento, l'insicurezza e la rabbia in agonismo. Anche da uomo più famoso d'Italia, resta il ragazzo del Cep che deve conquistarsi il diritto di esserci».

Nel suo romanzo non c'è né l'idea di eroe né quella di riscatto, perché?

«Non amo leggerlo attraverso il riscatto che presuppone un arrivo: Schillaci resta inquieto e questo lo rende letterario. Nel 1990 Schillaci è famoso quanto il Papa. Ma con lui c'è sempre un "però". È campione, però non predestinato; è un eroe, però vulnerabile; diventa il volto dell'Italia, però quell'Italia comincia a ridere di lui. Mi ricorda Gabriella Ferri, Nino Manfredi: icone popolari senza essere rassicuranti».

Qual è il senso del sottotitolo “non ero previsto”?

«Tutta la sua vita è una smentita delle previsioni. Non è previsto che dal Cep arrivi in Serie A, né che da riserva diventi il volto di Italia '90. Vive nell'imprevisto e resta fragile anche da arrivato: sbaglia, cade, perde denaro, compie scelte discutibili. "Non ero previsto" significa che ogni volta che la vita sembra aver deciso chi debba essere, Schillaci diventa qualcos'altro».

Il cancro è come un arbitro cattivo e ingiusto che fischia tre volte la fine della partita della vita: Schillaci come Vialli così lontani, così vicini?

«Sono agli antipodi. Vialli è aristocratico, elegante, ordinato, con un rapporto armonioso persino nel gesto atletico. Schillaci è istinto, fame, disordine: segna con qualsiasi parte del corpo. Si assomigliano però nella malattia: entrambi mostrano la vulnerabilità senza trasformarla in spettacolo. E insegnano che il coraggio è conservare dignità quando scopri di non essere invincibile».

Cosa l’ha attratta di quest’uomo?

«Mi attrae chi rompe uno schema rassicurante. Riva, Rivera, Zoff, Baresi, Maldini, Vialli, lo sono stati. Schillaci no: irregolare, scomposto, occhi pieni di fame, paura e stupore. Mi attrae anche il rapporto che abbiamo con lui: eroe nell'estate del '90, poi bersaglio della Gialappa’s e delle nostre risate. Un affetto mai del tutto a fuoco: forse l'ho guardato con attenzione per questo».

Non ne ha sofferto secondo lei? E non fu un’umiliazione quando la Juventus gli impose di studiare per essere all’altezza del club?

«Non credo l'abbia vissuta così: il suo ragionamento era concreto, "se mi fanno studiare, vogliono tenermi qui". Aveva una straordinaria autoironia, uno strumento di difesa raffinato: chi ride di ciò che potrebbe ferirlo toglie agli altri il potere di umiliarlo. All'Isola dei Famosi si mette a cantare con Antonella Elia "Schillaci ruba le gomme", il vecchio coro degli stadi, e disinnesca l'offesa».

Le partecipazioni ai reality, L’Isola dei Famosi e Pechino Express, sono la ricerca di una visibilità perduta?

«Eventualmente in modo coerente. Sceglie reality dove conta meno cosa dici e più cosa fai: resistere, adattarti, arrivare in fondo. Per ritrovare se stesso Schillaci usa sempre il corpo. A Pechino Express arriva dal tumore, con un organismo che gli impone un limite. Accetta di non avere il controllo, di dipendere dagli altri: la sua vera prova è essere lì».

Si è dovuto immedesimare in lui per raccontarlo così poeticamente?

«Immedesimarmi sarebbe stato presuntuoso. Ho provato a comprenderlo. Il mio lavoro mi fa leggere vite attraverso tracce, racconti, relazioni. Ho ragionato a lungo sul materiale, finché i fatti non mi hanno restituito una voce».

Qual è il suo rapporto col calcio?

«Amo il calcio, ma da laico: senza liturgie. Guardo almeno tre partite a settimana, in questo momento mi affascina il Como. Tifo Salernitana, ma sono un tifoso atipico: non urlo e quasi mai esulto. Allo stadio vado preferibilmente da solo o, al massimo, con mio fratello e un amico. La vittoria, per me, è soprattutto una scampata sconfitta».

Non è un gran momento per il nostro calcio: il tifo è violento, certe trasferte sono vietate, l’Italia non va ai Mondiali dal 2018, i vivai producono poco, lo sport più amato è in caduta libera. Di chi è la colpa?

«Il calcio è vittima di un problema culturale e politico, dire che i ragazzi non giocano più per strada o che sono distratti dal telefono è un alibi. È triste che il tifo sia diventato un problema di ordine pubblico. Il calcio è ormai un prodotto da sorvegliare e rischia di perdere appartenenza. Il mondo di Schillaci era l’opposto. Non ne faccio un mito: la tecnologia non si nega, il controllo è anche tutela. Il problema è la misura: proteggere senza soffocare».

Non essere previsto genera incertezza a Schillaci: che differenza c’è tra quella incertezza e la precarietà dei giovani calciatori di oggi, di chi ha tutto e si perde?

«Sono sentimenti quasi opposti. Per Schillaci l'incertezza è una possibilità di conquistare il futuro. La precarietà dei giovani di oggi è diversa, sembra quasi un “eccesso di futuro”: successo, denaro, visibilità a vent'anni, devi confermarti, difendere ciò che hai e vivere con la sensazione di poter perdere tutto. Schillaci aveva poco e poteva desiderare tutto; oggi puoi avere tutto e sentirti comunque sul punto di perderlo».

Cosa si aspetta da questo libro?

«Capire cosa dice di noi un'icona pop del Novecento come Schillaci».

Chi le ricorda Totò?

«Calcisticamente è un incrocio tra Raspadori, Montella e Julián Álvarez: non dominano la partita, sentono dove sta per succedere qualcosa e arrivano un attimo prima. Sul piano esistenziale, Jamie Vardy: arriva dove non era previsto e, anche dentro il successo, conserva memoria del mondo da cui è partito».

Chi è il suo calciatore preferito?

«Sono feticista di Maradona. La mia passione per lo stadio nasce con il suo arrivo a Napoli: il momento in cui il calcio ha cominciato ad avere a che fare con l'immaginazione».

Scriverebbe una biografia su Maradona?

«Impossibile, Diego è intoccabile».

Schillaci incarna un paradosso: nel Mondiale del '90 vince per sé (è capocannoniere) ma perde con l'Italia.

«Vive il punto più alto della carriera dentro una sconfitta. Resta in lui qualcosa di incompiuto nella massima gloria. Forse anche per questo continua a incuriosirci. La vittoria costruisce il mito, la sconfitta rivela i limiti, i rimpianti, i "se". La vittoria chiude una storia, la sconfitta la lascia aperta».

 

TOTÒ SCHILLACI. NON ERO PREVISTO. Corrado De Rosa, edito 66thand2nd, 266 pagine, 19 Euro