
Buonfiglio esclusivo: "Sì alla condivisione, No alle imposizioni"
«Questi siamo noi». Luciano Buonfiglio passa davanti alle foto dei trionfi olimpici di canoa e kayak con un certo orgoglio. L’ironia non gli manca: «A Montreal ‘76 nessuna medaglia, forse perché c’ero io..». L’affaccio dell’ufficio, 7º piano di Viale Tiziano, è la fotografia delle contraddizioni dello sport italiano: subito sotto il palazzetto, da poco ristrutturato e restituito alla città, poco più in là lo stadio Flaminio, gioiello abbandonato in attesa di futuro. Ex atleta, manager, dirigente, presidente della federazione dal 2005, Buonfiglio è candidato alla presidenza del Coni per il dopo Malagò. Elezione il 26 giugno, avversari - al momento - Luca Pancalli attualmente al comitato paralimpico, ed Ettore Thermes che viene dal mondo della vela.
Slogan?
«Mi sento un costruttore di certezze. In questi anni ho maturato esperienza e competenza, ho bene in mente cosa fare».
Sarebbe?
«Il governo dà linee guida e obiettivi, noi mettiamo le nostre competenze e lavoriamo in sinergia con Sport e Salute per realizzarli ed essere efficienti. Possiamo fare meglio di quello che è stato fatto fino a oggi».
La famosa discontinuità.
«Ogni presidente è sempre discontinuo rispetto al suo predecessore e anche io lo sarò, vorrei costruire un modello condiviso più attuale che coinvolga tutti. Altra cosa è rinnegare il passato e non sono quel tipo di persona. Malagò mi ha detto che tifa per me e cercare di nasconderlo sarebbe banale ma so anche che dal giorno successivo al voto farà il membro Cio e basta, anche se nessuno vuole crederci».
Esempio di condivisione?
«Dare un valore aggiunto al Consiglio Nazionale, attraverso la costituzione di dipartimenti per seguire l’alto livello, la preparazione olimpica, la formazione e giù fino alla base della piramide con un piano quadriennale. In questo modo Giunta e Consiglio partecipano attivamente. Tutto condiviso con il governo».
Che conosce le sue idee?
«Ho avuto modo di illustrarle. Ma non sto a millantare che il governo mi appoggia, sarebbe sbagliato. Il governo fa gli interessi del Paese e non di una parte».
Per ora i candidati sono tre.
«Ne aspettiamo altri?».
Beh, i corridoi parlano. C’è un fronte che di sicuro non la appoggia e vede Pancalli come il minore dei mali. Le candidature scadono il 5 giugno.
«Io non rinuncio. Perché dovrei? Per Carraro o chi per lui? E non lo dico per il nome, non voglio essere frainteso. Non mi ritiro a prescindere, come direbbe Totò. Dovesse spuntare un altro nome ora, a pochi giorni dalla chiusura delle candidature, sarebbe un’offesa a tutto lo sport italiano. Perché vorrebbe dire che arriva il padreterno e qui di padreterni non ce ne stanno. C’è bisogno di gente che conosce la realtà. Se sei abituato al paradiso, difficilmente ti accorgi di chi sta in purgatorio».
Quindi?
«Meglio che il presidente del Coni venga dal purgatorio. Il mondo è cambiato e noi viviamo la realtà delle società di base: è da lì che parte il movimento. Dobbiamo creare un vero e proprio centro servizi che aiuti le società nella gestione. Ormai parliano di piccole aziende con i loro vincoli normativi».
I rapporti con Pancalli?
«Ci siamo visti allo stadio per Milan-Bologna di Coppa Italia, ci stimiamo. Possiamo avere una diversa visione delle cose ma c’è grande rispetto. Si vede da come parliamo uno dell’altro. Gli avevo suggerito di non candidarsi perché a livello internazionale la fusione di comitato olimpico e paralimpico non è all’orizzonte e sarebbe impossibile farlo in Italia».
Le federazioni sono tutte uguali o alcune devono avere un peso maggiore, come dice Petrucci, presidente della federbasket?
«Il peso maggiore le federazioni più grandi ce l’hanno già, al punto che alcune potrebbero anche fare a meno del contributo pubblico. Ma il presidente Mattarella ci ha insegnato che non bisogna lasciare indietro nessuno e tutti hanno pari dignità. Poi c’è chi arriva primo e chi arriva ultimo. Noi siamo convinti che il messaggio della cultura sportiva che proviene proprio dal governo sia indispensabile. Noi abbiamo le competenze per realizzare queste cose in breve tempo. Non si può arrivare dal governo direttamente alla base».
E le medaglie?
«Quelle contano sempre. Ma dobbiamo renderci conto che il territorio, l’attività di base, gli impianti, contano allo stesso modo. È bello fare i programmi e il mio ce l’ho chiaro in mente ma per realizzarli c’è bisogno di una condizione allargata. I primi passi sono proprio quelli di mettersi in armonia con tutte le forze in campo».
Soddisfatto della strada fatta con la Federazione Canoa e Kayak?
«I tesserati crescono, i risultati arrivano, l’organizzazione del Mondiale di questa estate a Milano procede bene, stiamo lavorando molto sul territorio coinvolgendo le scuole. Evidentemente qualcosa riusciamo a farla anche noi».
Un modo per rispondere a Binaghi, presidente della Federtennis, che l’ha definita il “nulla cosmico”?
«Ma no. Avrei voluto parlare con Binaghi e lui non ha voluto. Va bene così».
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