Sospesi nel voto: Malagò, Abodi e il calcio senza pace
Zidane esordisce in casa, da tecnico della nazionale, proprio contro l’Italia e lo fa vent’anni dopo la testata a Materazzi che lo provocò alterandone l’equilibrio, e insomma il Magnifico è fatto di sangue e cervello e in campo il sangue algerino prevaleva spesso sul cervello transalpino.
Non sono previste (altre) reazioni scomposte stasera allo Stade de France. Non posso tuttavia escludere che Malagò tenti di rifilare una capocciata (intendiamoci, solo verbale) al Ministro per lo sport dopo che il Coni ha scelto il 6 ottobre - Italia-Turchia sarà finita da poco - come giorno per consegnargli su un piatto d’argento la testa dell’ex amico.
La testa ricorre spesso, da qualche tempo a questa parte. «C’è chi la abbassa, chi la nasconde e chi la perde. Io preferisco chi la usa» diceva Rita Levi Montalcini non riferendosi a Zizou, naturalmente.
Sono tanto ma tanto curioso di vedere come si comporteranno i tredici, quattordici o forse quindici membri della Giunta - il voto è palese -: sarà interessante verificare se confermeranno la stima per l’ex presidente, premiandone il percorso sportivo, oppure accontenteranno il commissario Buonfiglio e tutti i buoni figli che lo circondano.
Si dice che potrebbe essere esentata dal voto addirittura Diana Bianchedi: al Palazzo del Coni stanno facendo di tutto per evitare che la vicepresidente si esprima. Nessuno ce l’ha con lei, né con Malagò, ma nello Statuto c’è una norma che non consente di votare a favore di dirigenti alti più di uno e 85, specie poi se titolari di concessionaria Ferrari e refrattari alle tessere di... partita.
Quello che non si può leggere tra le righe di questa vicenda kafkiana e che non si può comprendere a meno di non conoscere quella che in gergo va sotto il nome di “sindrome rancorosa del beneficato” è l’assurdità e onestamente l’inutilità delle contestazioni mosse a Malagò. Questioni così speciose e irrilevanti, così pedanti e secondarie che fanno precipitare chi le muove in un ambito in cui la gravità cambia vocale e muta in grevità e il contesto all’improvviso non è più serio né serioso, ma plana direttamente nei territori della grande commedia all’italiana.
Qui come professorini in cerca di cavillose revanche o di ossessionati dagli orari e dalle regole, non due passanti ma il Ministro dello Sport italiano e il capo del Coni si scambiano alternativamente i ruoli dando la stura a un memorabile gioco delle parti in cui a perdere è soltanto l’istituzione che a parole si giura di voler proteggere ma che in realtà si demolisce senza ritegno.
Perché? A chi giova? Ma Giorgia Meloni, donna pragmatica, non ha veramente nulla da dire al riguardo? È il capoclasse e se gli alunni dimostrano relativo senso del decoro riportarli sulla retta via, forse, tocca a lei.
PS. Malagò o non Malagò, una cosa è ormai chiara a tutti: il Coni, quasi azzerato da Sport e Salute, è un posto nel quale i conflitti maturano senza imporre inutili esibizioni di stile, anzi puntando dritto al sodo, e dove gli interessi individuali, gli orticelli e i piccoli e grandi tradimenti sono all’ordine del giorno.
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