Sivori, Maradona e Messi: ufficio sinistri
Eravamo rimasti a Omar Sivori, Antonio Valentin Angelillo e Humberto Maschio. Gli angeli dalla faccia sporca. Anni Cinquanta e Sessanta. È un titolo letterario che va adeguato al ribollir dei tini, come - in chiave squisitamente domestica - la storia delle sette sorelle. L’Inter domina, Roma, Milan e Juventus reggono, la Lazio gattusiana ringhia sui tetti. Sono Fiorentina e Parma, orfani delle carabine di Gabriel Batistuta e Hernan Crespo, ad aver sabotato l’ordine dinastico, scalzati da Napoli e Atalanta.
Sivori, Maradona e Messi
Con il permesso di Angelillo e Maschio, e indagate le singole caratteristiche, mi piace pensare che, oggi, gli angeli del romanzo siano Sivori, Diego Armando Maradona e Lionel Messi. Ci accompagnano e nutrono da quando le edicole tenevano botta sino all’alba a quando, in tv o per telefonino dal sofà di casa, puoi spogliarne in diretta le «audaci imprese».
Omar, il papà di Diego e, dunque, il nonno di Leo. Di sinistro tutti, ma uno solo di sinistra: Diego. Sfidò il potere e, per farlo, uscì dal coro. «La pelota no se mancha», «Il calcio non si sporca». Il riferimento a ciò che aveva fatto e sfatto della sua vita non ne condizionò la lotta al marcio del Palazzo e dei suoi inquilini, da Joao Havelange a Joseph Blatter. «Pochi ebbero il suo coraggio»: appena può, Marco Tardelli lo ricorda e lo insegna.
Il Cabezon, il Pibe, la Pulce. E quel numero dieci che mai ritirerei per lasciare ai bambini - dalle ginocchia sbucciate o i polpastrelli griffati - il sogno di poterlo, un giorno, indossare e onorare. Barcellona unisce Maradona e Messi, Napoli lega Sivori a Diego. E Regina Maria, una Sivori, addirittura Omar a un pontefice: era la mamma di papa Francesco.
Diego l'unico capace di inventarsi direttore
Se cercate la santità, evitate di esplorarne le carriere, di visitarne le scatole nere, di tradurne i sortilegi. Ma se vi basta godere, e veder godere, non avrete che l’imbarazzo del peccato. Omar era un «bandito» che imprigionava gli sceriffi dentro il ghigno del tunnel. Diego, uno che passava dalle mani di Diòs alla traversata della Manica. Leo, dei tre il più chierichetto, la lampada di ogni squadra (e di ogni Aladino). Sivori e Messi sono stati e sono grandi, grandissimi inviati. Omar paragonabile a Curzio Malaparte, Leo a Ettore Mo. Anche il Pelusa, che discorsi. Con la differenza che Diego è stato l’unico capace d’inventarsi direttore. Lo testimoniano la devozione delle «redazioni» e gli editoriali che a braccio «telefonava» agli avversari, fossero i beceri profanatori dell’inno («Hijos de puta», colonna sonora della finale mondiale del ‘90) o i subdoli burattinai della Fifa.
I piedi devono vedere
Sivori rimbomba ancora dell’iconico «Te falta una pluma para parecer un indio» che gli inflisse il truce Pachín in un Real-Juventus da Far West. Se Diego nacque povero, Leo è nato gracile, bisognoso di cure così esose che giusto il Barça gli avrebbe garantito. I piedi devono vedere: e sapere. Per questo, guai a compiangerne l’addio alla Nazionale, dalla quale peraltro era già sceso. Al contrario: renderà forte la carne della prosa senza indebolire lo spirito della poesia. Si cantano le lamette della Rettore, mica le pandette dei rettori.
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