Mancini-Conte, molto più di un ct
A Roberto Mancini, in queste ore, deve essere venuto lo stesso «leggerissimo sospetto di essere antipatico a qualcuno» che colse Paolo Villaggio in una celebre prova d’attore. Accade infatti che nell’estate torrida dei Mondiali di Trump e Infantino, mentre gli altri giocano e Bosnia e Capo Verde superano persino il turno, si giochi anche dalle nostre parti con gli strumenti di Machiavelli. Ordire complotti, tessere trame, riaffermare - in fondo è sempre quella la questione - il proprio piccolo potere.
L’occasione è la scelta del nuovo commissario tecnico, individuato dal neoeletto Giovanni Malagò in Mancini, osteggiato più o meno platealmente da tre o quattro presidenti dal non indifferente peso specifico per ragioni che con la ragione non hanno naturalmente niente a che fare.
I clubmen avrebbero deciso che il principale problema del calcio italiano non sia la tragedia complessiva dell’intero movimento, ma il nome del successore di Gattuso. Capeggiati dal più attivo e ascoltato della compagnia contante, Beppe Marotta, che pubblicamente si dichiara del tutto indifferente e al telefono con i suoi colleghi chissà, i presidenti stanno ponendo veti e minacciando barricate contro “il traditore jesino” neanche fosse l’Ulivieri che ebbe a che fare con l’intrattabile Mancini diciottenne o il Luis Figo che ne conobbe al contrario la matura durezza da tecnico.
La compagnia del golpe deve essere numericamente esigua perché ho la certezza che le dodici proprietà straniere coltivino ben altri pensieri e se ne strafottano del futuro della nostra Nazionale. Non a caso continuano a comprare gente da fuori trascurando il prodotto interno. Ve li immaginate Saputo, Friedkin, Commisso junior, Krause, Hartono, Sucu e gli altri che si mettono a discutere del ct italiano? Io no.
L’aspetto più curioso della faccenda è che se domandaste agli antipatizzanti del Mancio il motivo della loro avversione - io l’ho fatto personalmente - vi sentireste rispondere: «Non ho nulla contro di lui, anzi mi sta simpatico e lo stimo molto, però mollare la Nazionale in quel modo non può essere senza conseguenze».
Hanno paura della reazione popolare? Temono i forconi? Sia quel che sia, ci troviamo, come è evidente a chiunque, a notevole distanza dalla legge morale di Kant e dalle parti invece del populismo un tanto al chilo. Che è triste di per sé (il bene massimo non dovrebbe essere il futuro della Nazionale in luogo della vendetta di quartiere?) e pericoloso in assoluto perché da un lato pone un’inaccettabile ipoteca sull’autonomia di Malagò e dall’altro prelude alla sua esautorazione nei fatti.
Perché investirlo di una preferenza bulgara se poi si pretende di scegliere al suo posto tessuto delle maglie, date degli stage, massaggiatori, giardinieri di Coverciano e colore delle tende? Di fronte a un simile abuso di prerogative, persino il nome del ct, a quel punto, diventerebbe di secondaria importanza e precipiteremmo in una celebre massima di Carlo Marx: «La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa».
Del resto, a proposito di ripetizioni, non si tratterebbe di una novità assoluta: quando Berlusconi presidente del Milan decise di imporre Sacchi sulla panchina azzurra la Federazione si piegò senza fiatare, salvo poi restituirlo non appena il Cavaliere si ritrovò con la necessità di riportare Arrigo al Milan.
Altri tempi, altri poteri, altri poeti. Sulla scelta del ct, Giovanni Malagò si gioca il primo patentino di credibilità e questo gli anti-manciniani non l’hanno considerato: l’ex presidente del Coni è - sì - un manager di relazioni, ma anche uno che non ama farsi condizionare e che a sua volta, se si percepisse ornamentale, sbatterebbe la porta alla maniera dello stesso Mancini.
C’è un limite e quel limite, per decenza e contesto, non va superato. Mercoledì Malagò, che nell’agenda dei problemi da risolvere ha in cima alla lista le questioni arbitrali e la giustizia sportiva, nominerà i vicepresidenti (Calcagno e Simonelli): il suo primo consiglio e nelle ore successive scioglierà la riserva sul ct. Sarà il momento della verità: il presidente federale dovrà assumersi la piena responsabilità della scelta, marcando possibilmente la distanza dai club. Siamo certi che da uomo forte, non solo non indulgerà a debolezze, ma riporterà la vicenda sul piano della realtà. Sarebbe infatti assurdo ricondurre la questione a una scelta puramente economica: il lavoro di professionisti come Conte e Mancini va pagato e quando una Federazione vuole trovare i soldi che non ha per soddisfare le richieste dell’allenatore impiega poco tempo. Non ha certo bisogno del contributo dei club. Spetta poi agli interessati dimostrare l’attaccamento ai colori e, nel caso del Mancio, una notevole sensibilità al percorso di “redenzione”. Ha già chiesto scusa, deve tagliarsi una mano?
