Ancelotti, un sogno lungo 40 anni

In Messico nell''86 fu spettatore, a Usa '94 spiegava Sacchi a Baggio
Alberto Polverosi
Alberto Polverosi

5 min

Pubblicato il 13.06.2026, 10:04

Messico, Puebla, Hotel Meson del Angel, 29 maggio 1986, due giorni prima del debutto mondiale in Messico fra Italia e Bulgaria. Carlo Ancelotti è seduto nella hall e sta sfogliando la rassegna stampa che arriva, non tutti i giorni, dall’Italia. Tre cronisti intorno a quel faccione rubizzo. “Oh, Carletto, ma giochi contro i bulgari?“. Sopracciglio (gli va su già allora) e sguardo alla Ancelotti: «Penso proprio di sì». Non gioca contro la Bulgaria e nemmeno nelle altre tre partite con Argentina, Corea del Sud e Francia. A dirla tutta, non va mai neppure in panchina e diventa un poco affezionato frequentatore delle tribune di Puebla e Città del Messico.  

La prima volta da titolare al Mondiale a Italia '90, ma nemmeno lì gli va bene

Il primo Mondiale, quello del 1982, lo aveva perso perché si era spaccato un ginocchio quando giocava nella Roma, per uno scontro con il viola Casagrande. Deve aspettare altri quattro anni prima di mettersi indosso, da titolare, la maglia azzurra in un Mondiale. Accade a Italia ‘90, il Mondiale delle notti magiche, dei gol di Totò e delle serpentine di Baggino. Ma neppure quella volta gli va bene. Con Vicini è titolare senza discussioni: debutto all’Olimpico con l’Austria, dopo 45 minuti il quadricipite acciaccato lo mette fuori causa. Quella sera, mentre gli altri azzurri festeggiano, Carletto ha gli occhi rossi per le lacrime e la rabbia. Ce la fa a rientrare a metà secondo tempo nei quarti contro l’Irlanda, ma per il ct non è ancora al meglio e rimane in panchina anche a Napoli, quando Diego ci mette fuori dal Mondiale. Gli tocca la finale del terzo posto, a Bari, di nuovo titolare e riesce a giocare un’ultima partita in azzurro (contro la Norvegia: 1-1) nel ’91 perché al posto di Vicini arriva il suo mentore Sacchi.  

Il ruolo di vice a Sacchi a USA '94

E qui inizia un’altra storia. Arrigo sa bene che Carletto può essergli d’aiuto come vice. Conosce tutto del profeta di Fusignano, pregi e difetti, e ha ancora l’età giusta per parlare con i giocatori, che sente ancora come colleghi. Li può ascoltare e capire. Si parte per il Mondiale americano del ’94, e se potessero parlare le stanze degli spogliatoi della Pingry School, dove si allenano gli azzurri, e se un giorno Ancelotti decidesse di raccontare tutto quello che è successo lì dentro ci sarebbe da divertirsi. Oh, niente di scandaloso, solo storie di calcio, ma di quelle che raramente escono fuori. Carletto è lì in mezzo a mediare fra le sfuriate di Arrigo e i lamenti di Baggio e Signori. Ha un compito che sembra un’impresa, deve tradurre il “fusignanismo” ai non milanisti. Baresi e Maldini lo conoscono da anni, Baggio e Signori no. E Baggio, dopo la famosa sostituzione del “questo è matto”, gli girano come un’elica. È un lavoraccio che solo uno paziente come Ancelotti può portare in fondo. E in fondo ci arriviamo tutti, fino a Pasadena. 

 

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Ora l'avventura col Brasile 

Stanotte comincia la terza avventura di Carlo in un Mondiale, la prima (doppia) da giocatore, la seconda da assistente, la terza da ct del Brasile. Il Marocco è il primo avversario, poi Haiti e la Scozia. A Rio le aspettative sono alte, come sempre del resto, e Ancelotti è lì perché l’attesa non sia vana. In Italia tiferanno quasi tutti per lui, per quel ragazzo che quarant’anni dopo il suo primo viaggio mondiale ricomincia daccapo. Avanti Seleçao, se porterà a casa la coppa un pezzetto sarà anche nostro. 

 

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