Juve e Inter, la ricerca del talento
Il confronto economico tra Juve e Inter, i club italiani con livello assoluto più alto di indebitamento, muove da un dato interessante. Secondo Transfermarkt, negli ultimi cinque anni, la Juve ha speso 257 milioni mentre l’Inter ha realizzato un saldo attivo di 72. Il dato riflette la diversa situazione proprietaria ma anche le rispettive esigenze competitive. Da anni i bianconeri cercano di tornare ai vertici dopo un decennio irripetibile, mentre i nerazzurri devono mantenere una posizione di vantaggio competitivo e trasformarla in vittorie. Sul piano societario l’Inter ha assorbito il passaggio da Suning a Oaktree, ma pure la necessità di riequilibrare conti devastati dalla prodigalità del biennio 2018-2020, quando tentava di ridurre il gap tecnico dai bianconeri. Entrambi i club hanno subito perdite notevoli negli ultimi anni: quasi un miliardo la Juve, oltre 600 milioni l’Inter, ma entrambe cercano di riequilibrare la gestione con i nerazzurri decisamente avanti nel processo di risanamento, avendo chiuso l’ultimo bilancio in utile.
L’Inter mantiene una competitività sportiva tangibile, nonostante il saldo attivo sul mercato, grazie anche alle spese degli anni pre-Covid: -58 milioni nel 17/18, -6,5 nel 18/19, -125 nel 19/20. In termini relativi erano cifre importanti perché non vi era molta concorrenza. In quel triennio costruì l’ossatura della squadra che da anni compete ai vertici: Lautaro, Dimarco, De Vrij, Barella, Bastoni. Attorno a quel nucleo, la dirigenza ha dosato attentamente acquisti e cessioni, integrandola con innesti importanti a zero (Calhanoglu, Thuram, Zielinski, Mkhitaryan, Onana poi rivenduto con grande profitto) e occasioni ben colte (Acerbi, Sommer). Di contro, la Juve ha cercato di estendere il ciclo vincente con colpi onerosi (Koopmeiners, Vlahovic, Chiesa, Douglaz Luiz, Locatelli, Bremer ecc.) senza trovare continuità di risultati, tra cambi di allenatore (Allegri, Thiago Motta, Tudor, Spalletti) e rivoluzioni dirigenziali.
Un filone della letteratura accademica manageriale ha studiato il divario tra le organizzazioni che puntano al vantaggio competitivo acquistando i migliori dal mercato (con dispendio di risorse) e quelle che privilegiano la gestione interna e la costruzione di una cultura organizzativa. Alcuni studi evidenziano come non sempre le vittorie corrispondano al ranking nel monte ingaggi o nelle spese. Chi preferisce costruire, anziché acquistare, il talento fa leva su tre elementi. Il primo è veicolare la cultura del brand, convincere le persone a interiorizzare cosa significhi lavorare, ad esempio, per Microsoft o per Apple e vestire, nel calcio, la maglia del Real o del Liverpool. Il secondo è l’equilibrio tra talento acquisito da fuori e sviluppato in azienda. Modric, Sergio Ramos, Kroos, Benzema sono stati per anni nel Real i “custodi del tempio” che tramandavano i valori del gruppo ai nuovi: ruolo che apparteneva, nella Juve vincente, a Buffon, Chiellini, Bonucci e pochi altri ma nell’Inter è svolto da Barella, Bastoni, Lautaro, Dimarco. Infine, un segreto nello sviluppo di un team di successo è inserire nuovi giocatori, più che in base al talento individuale, per le sinergie che potranno realizzare coi compagni, contribuendo così alla crescita del collettivo.
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