Franco Selvaggi: "Il Cagliari può volare"

L’ex attaccante ha giocato in rossoblù dal 1979 al 1982. L'intervista "Forza, unità e Pisacane: adesso si deve insistere"
Ivan Paone
Ivan Paone

7 min

Pubblicato il 28.09.2026, 11:06

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Di Franco “Spadino” Selvaggi, uno come Pietro Vierchowod che sapeva come si marcava un attaccante, ha detto: «Mi faceva girare la testa, era imprendibile». Scattante, agile, tecnico, con la maglia del Cagliari dal 1979 al 1982 ha segnato trenta gol e molti altri ne ha fatti fare. Qualcuno ha notato in lui una rassomiglianza con Raymond Spike Fonzarelli - “Spadino” in italiano - cugino di Fonzie nella celeberrima serie tv americana Happy Days e gli ha appioppato il soprannome. Selvaggi era un leader e un gregario allo stesso tempo. Segnava e faceva segnare e, se necessario, stava nell’ombra pronto a dare una mano. Proprio per questo, Enzo Bearzot lo preferì al debordante Roberto Pruzzo quando compilò la lista degli azzurri da portare a Spagna 82, il Mondiale del trionfo dell’Italia, del “vecio” e di Sandro Pertini. Il ct puntava forte su Paolo Rossi, reduce dalla squalifica, e temeva che Pruzzo gli facesse ombra. Selvaggi, invece, è rimasto allineato e coperto, accettando la panchina anche quando Pablito, nel girone di qualificazione, stentava. Non è mai entrato in campo ma si è guadagnato lo stesso il titolo di Campione del mondo. E ne va giustamente fiero. L’ex bomber rossoblù non nasconde la sorpresa per le prodezze del Cagliari di Pisacane, ma mette tutti sul chi va là: «Arriveranno i momenti difficili, è bene che la squadra tenga i piedi per terra. La società e l’allenatore sono seri e preparati, sapranno gestire questo momento di euforia». 

L'intervista a Franco Selvaggi  

Quattro vittorie nelle prime cinque partite, quarto posto in classifica, miglior difesa d’Europa con appena due gol subiti. Non dica che se lo aspettava. 
«No, sono sorpreso. Ma non per questo meno contento. Il Cagliari sta facendo cose eccelse. Mi ricorda il mio primo anno in rossoblù, la squadra volava, all’inizio del torneo eravamo secondi in classifica dietro l’Inter. Alla fine conquistammo un ottimo nono posto».  
 
La volle Gigi Riva, all’epoca dirigente. Lei lo ripagò ampiamente. 
«Segnai dodici gol, mi piazzai quarto nella classifica marcatori, dietro attaccanti del calibro di Bettega, Altobelli e Rossi».

Nomi piuttosto importanti. Erano gli anni d’oro del calcio italiano. La Serie A, dove lei ha giocato 183 partite e segnato 49 gol, era molto selettiva. Cosa ricorda? 
«Era un campionato a sedici squadre, una più forte dell’altra. I nomi degli attaccanti facevano paura, i difensori ti si francobollavano addosso e se non riuscivano a fermarti con mezzi leciti, ti menavano». 
 
Ritorniamo ai tempi nostri. Qual è il segreto del Cagliari? 
«Una squadra forte, ben allenata, con tanti giovani che vogliono emergere. Poi, visto da fuori, mi sembra un ottimo ambiente, coeso, serio. Il resto lo fa una società competente». 
 
A proposito di giovani, dove può arrivare Paul Mendy? 
«È un attaccante molto interessante, vede la porta, è veloce, sa fare il punto di riferimento là davanti. Secondo me ha un gran bel futuro davanti». 

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Alessandro Romano, invece, è finito nel mirino della critica dopo lo 0-2 dell’Italia con il Belgio in Nations League. Cosa ne pensa? 
«Che è un’esagerazione. Intanto, mi pare che tutta l’Italia, specie nel primo tempo, abbia giocato male. E poi questo ragazzo, anche lui molto interessante, era all’esordio con la maglia azzurra e ha giocato in una partita contro un avversario forte come il Belgio. Non era l’occasione giusta per emergere, ma si rifarà presto perché ha indiscutibili qualità». 
 
L’anima del Cagliari è rappresentata dal capitano Alessandro Deiola. Che impressione le ha fatto? 
«E’ un centrocampista che ha dimostrato di poter giocare bene da difensore centrale. Secondo me, può fare tutto. Non dimentichiamo che gioca in una squadra che gira alla perfezione, in un contesto tale anche i singoli ne traggono sempre vantaggi». 
 
A Udine, però, non è stato un Cagliari brillante. 
«Ma ha vinto, e non mi pare poco. Il Cagliari ha entusiasmo e spirito di sacrificio. La carica dei tifosi lo alimenta e lo spinge a fare sempre meglio. Il vero segreto è questo». 
 
C’è chi parla di Europa, pensa che sia un obiettivo possibile? 
«Calma. La squadra non deve cullarsi sui risultati e mantenere sempre alta la concentrazione. Deve giocare le prossime partite come se fosse sempre la prima, senza guardare i risultati precedenti». 
 
Sembra di sentire parlare Pisacane. 
«Ma perché è questa la strada da seguire, l’appagamento è un nemico micidiale. Pisacane è stato calciatore, ha imparato a soffrire e conosce le insidie della Serie A».  
 
Anche lui una bella scoperta. Se l’aspettava? 
«La scelta di Giulini non era priva di rischi, ma già l’anno scorso Fabio ha dimostrato il suo valore, conquistando una salvezza senza troppi patemi. E non era scontato. Adesso sta confermando le sue qualità, è diventato un punto di riferimento, ha voglia e coraggio di lanciare i giovani».

Ora tuffiamoci nel passato, cosa ricorda dei tre anni a Cagliari? 
«Un posto meraviglioso, dove mi sono trovato subito benissimo. E poi, trenta gol in tre stagioni, a quei tempi, era un ottimo bottino».  
 
L’impatto col discusso presidente Amarugi? 
«Appena mi vide, disse “non abbiamo soldi, fai bene perché ti devo vendere...” e così fu». 
 
Al Torino. 
«Per un miliardo e mezzo di lire, a quei tempi era una bella cifra. Adesso fa ridere, ma il calcio ormai è impazzito, i conti sono fuori controllo». 
 
Nell’82 la spedizione azzurra in Spagna. Lei fu il primo dei due calciatori della Basilicata a vestire l’azzurro, l’altro fu Simone Zaza nel 2014. Che emozione fu? 
«Indescrivibile, il coronamento di una carriera. Era una squadra inossidabile, forte tecnicamente e moralmente. Le critiche, a mio parere eccessive, invece di abbatterci ci spronarono. E alla fine tornammo a Roma con la Coppa del Mondo, in aereo con il presidente Sandro Pertini. E chi se lo scorda quel momento...». 
 
Selvaggi in quel Mondiale non giocò neanche un minuto, ma rivendica a buon diritto i suoi meriti: fu l’unico capace di dividere la stanza con Tardelli. Che soffriva d’insonnia. 

 

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