Così tutta un'altra storia

Leggi il commento del direttore del Corriere dello Sport-Stadio
Ivan Zazzaroni
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Tre storie, tutta un’altra storia. Un triplete anomalo eppure fantastico. Jannik dominatore a Madrid, Kimi strepitoso a Miami e poi lo scudetto dell’Inter. Cinque Masters 1000 di seguito per Sinner, mai nessuno come lui; tre gran premi su tre per Antonelli, oramai oltre i limiti del sogno: non si possono trascurare imprese simili neppure nel giorno del ventunesimo scudetto festeggiato dalla squadra di Chivu.

La prima pagina deve riassumerle tutte e l’interista si goda anche il contesto che più storico di così non si può.

Lo scudetto, questo scudetto, l’ha vinto con merito, l’Inter. È stata più forte degli altri in tutto: dietro, in mezzo, in particolare davanti. Un solo avversario avrebbe potuto crearle qualche disturbo, il Napoli di Conte, ma per mesi ha giocato in sottrazione: infortuni troppi e lunghi, polemiche e i soliti, pallosi dubbi sulla capacità di Antonio di gestire il doppio impegno.

Scrivo mentre un pm prova a chiudere un’inchiesta portata avanti in modo discutibile, alla quale tuttavia attribuisco un grosso merito: ha infatti evidenziato una volta per tutte i mali del sistema arbitrale, una combinazione di ambizioni frustrate, gelosie, vergogne, pretese economiche, invidie, denunce, vigliaccate. Un’inchiesta che non mette in discussione la legittimità del successo interista, ma che ha minato pesantemente la credibilità di un settore necessario all’intero movimento, demolendo peraltro una sola figura professionale, il bersaglio più facile, il designatore Rocchi. Presto sorprese.

Lo scudetto è tanto di Chivu, scelto dall’Inter dopo il disastro di Monaco e tra mille perplessità. Cristian ha confermato di saperci fare: ha assorbito le tensioni del gruppo trasformandole in un dettato positivo e ottimistico. Ha inoltre aggiunto linee nuove a un tessuto solido.

Ed è lo scudetto di Dimarco, per mesi l’esterno “ingiocabile”, fondamentale fornitore di palloni per gli attaccanti, autore di reti e assist, ogni tre angoli un gol.

È lo scudetto di Lautaro, il miglior attaccante del campionato, e di Pio, di Thuram e anche di Bonny. Un quartetto che nessun’altra squadra di serie A possiede.

È lo scudetto di chi ha creduto di poter fare senza un esterno in grado di saltare l’uomo, lacuna tecnico-tattica che nei primi mesi suggerì non poche sottolineature critiche.

È lo scudetto di Barella, Zielinski e Calhanoglu che in fondo si sono alternati coprendosi vicendevolmente.

È lo scudetto di Bastoni che non s’è fatto mancare nulla al punto che oggi viene considerato il primo dei peccatori. Da Inter-Juve e da quell’assurda simulazione in poi non è più stato lui.

È lo scudetto di Luis Henrique, Sucic, Frattesi e Diouf, seconde linee in tutto e per tutto.

È lo scudetto di Sommer che avrà anche le braccia troppo corte per coprire tutta la porta ma che ha fatto più del suo.


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