Juve, di più non ce n’è
Mentre la Juventus attaccava, cercando con tutte le sue risorse di venire a capo di una partita complicata da un avversario di eccellente livello tecnico, abbiamo avuto la sensazione che quella Juve, tesa in quello sforzo, fosse arrivata al massimo di se stessa. Più di quello la Juve di oggi non può dare. Quando rientreranno Yildiz, Thuram, Locatelli e Conceiçao forse farà meglio, ma ora oltre non può andare, quello di giovedì è il massimo. Che non è molto e questo si vede. Se come confronto prendiamo il Milan, altra squadra al di sotto delle proprie ambizioni, si nota già una certa differenza. A centrocampo Amorim ha giocatori come Rabiot e Modric; la Juve ha Sarr (o Koopmeiners) e Douglas Luiz, che ti dà la palla solo se sei al suo fianco, se invece sei più avanti di qualche metro preferisce un’altra giocata. In attacco i rossoneri hanno Gonçalo Ramos, un centravanti che nel bel mezzo del casino di Cristiano Ronaldo si è messo sulle spalle la sua nazionale e ha segnato tre gol in Nations League; nello stesso reparto la Juve ha una delle più grandi delusioni del campionato, Kolo Muani, e un lungagnone come Woltemade, che solo ora sta trovando un po’ di condizione e di continuità. E stiamo parlando del Milan, di una squadra a cui non mancano davvero le difficoltà.
Juve, a quale leader dare la palla?
Oggi la Juve ha giocatori che non incidono, che non determinano, escluso Yildiz non ce n’è uno che possa anche solo avvicinarsi ai campioni della sua storia. E non ce n’è nemmeno uno che ricordi la cattiveria e la personalità di chi campione non era, ma aveva la Juve dentro e sapeva come rappresentarla, gente tipo Chiellini e Barzagli. Ma in questa Juve c’è un capitano che dice che nella sua squadra c’è gente impaurita dai fischi, così quella squadra da moscia che era rischia di spaccarsi. Prendersi le responsabilità è l’esatto contrario. È in questo insieme che la sensazione di una Juve incapace di fare di più prende forza. Chiarimenti, faccia a faccia, tutto quello che volete, ma quando in campo la partita si fa complicata, a chi do la palla? A quale leader? A quale grande giocatore?
Salah, Perotti, Naingollan, El Shaarawy: li avesse la Juve ora...
Potrebbe sembrare un discorso pro-allenatore, ma non è così. Dentro ci va anche Spalletti. Nei club ha sempre fatto meglio di così. Chi lo ricorda a Empoli, al suo debutto in panchina, ha ancora in mente le idee e le intuizioni che consentirono a un club così piccolo di conquistare la grande scena. Il derby della capitale (4-1 per la Roma) dell’aprile 2016 è, almeno per chi scrive, il vero manifesto spallettiano. Due ali con i piedi sulle linee laterali, Salah ed El Shaaawy, e due finti attaccanti centrali, Perotti e Nainggolan, che in uno spazio enorme alternavano gli inserimenti. La Lazio venne stordita. Ecco, quelle idee finora non si sono viste. Certo, Salah, Perotti, Nainggolan, El Shaarawy, li avesse la Juve ora... Ma da Spalletti non ti aspetti l’intuizione, la pretendi. È la sua storia che lo dice.
Spalletti, dopo l'esonero in Nazionale doveva rinascere e non ripartire
Abbiamo da tempo un’idea sul dopo esonero in Nazionale. Luciano non doveva ripartire, doveva rinascere, che è molto diverso. E per rinascere c’era un solo posto, il posto del cuore, Empoli. Serie B, d’accordo, ma lì è nato e lì sarebbe rinato. Troppo romantico? Molto romantico di sicuro, ma anche molto bello.
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