Juve, servono tempo e fiducia
Da salvare c’è il risultato, il pareggio ottenuto in rimonta contro il Rennes grazie alla reazione nevrile scaturita di fronte all’onta di un’altra, rumorosa e rovinosa sconfitta. Che avrebbe squassato definitivamente l’ambiente. Sia chiaro, la Juventus continua a essere niente o quasi niente, perché non bastano quattro giorni di flussi di coscienza e riappacificazioni, di piccoli accorgimenti tattici e di buoni propositi per invertire una tendenza negativa. Ci vuole più tempo e ci vuole altro. Anche altri. Però Spalletti può ripartire dal secondo tempo della sua squadra per mettere insieme qualcosa che possa avere un futuro, anzi un presente meno precario. Non è licenziando l’allenatore, ancorché a volte colpevole di scelte non azzeccate, che si risolve una situazione intricata. Semmai è dando solidità al progetto che si può uscire dal pantano in cui la società più blasonata d’Italia si è infilata non ieri e nemmeno ieri l’altro ma da sei anni a questa parte. Sarà un autunno di sofferenza, lo sanno anche i sassi, almeno fino a quando non torneranno ad affacciarsi sulla ribalta bianconera Yildiz e Thuram, persino Locatelli. Augurandosi che non sia troppo tardi.
Juve, momento delicato: servono tempo e fiducia
Il momento è delicatissimo, lo testimonia il fatto che neppure passare in vantaggio dopo 5 minuti in capo all’unica, bella azione in verticale del primo tempo (Woltemade per Celik) ha consentito alla Juventus di sciogliersi e di recuperare un briciolo di considerazione in se stessa, anche perché il Rennes è squadra più che ottima - con una cifra tecnica, una consistenza tattica e una dote di personalità eccellenti - assai diversa rispetto alle ballerine Nec e Celta Vigo. Del resto, i francesi sono in ritardo appena di un punto rispetto alle cinque capoliste della Ligue 1 e, se è vero che hanno una delle difese più battute del campionato, hanno anche il miglior attacco. Ieri sera, tra l’altro, orfano di Esteban Leapaul, il migliore della compagnia, uno dal gol facile.
Insomma, ci sarebbe voluto un avversario più morbido per rianimare la sciroccata banda di Spalletti che invece, poco alla volta, si è avvitata nel suo calcio involuto e monocorde, senza mai un colpo di genio, sempre prevedibile e in difficoltà a gestire le percussioni sulla fascia sinistra dell’incontenibile Nagida, leggerina in difesa (Cambiaso e Gatti colpevoli nell’azione del pareggio, Douglas Luiz incauto sul rigore provocato), molle davanti, sprecona sotto porta (Gatti e McKennie e Woltemade). Come poteva uscirne? Solo aggrappandosi all’orgoglio ed è ciò che la Juventus ha fatto nella ripresa per non soccombere, trascinata dalla forza della disperazione, il minimo sindacale per scansare la seconda sconfitta consecutiva e chissà quali ripercussioni psicologiche.
Dal cambio modulo ai singoli: cosa serve alla Juve adesso
Ormai è chiaro: il problema non è il sistema di gioco, dal 4-2-3-1 al 3-5-2 di ieri sera, ma il gioco stesso, che deve organizzare l’allenatore e che devono sviluppare i calciatori. Adesso, a una qualità sostanzialmente mediocre si unisce uno stato confusionale abbastanza diffuso, che non risparmia nessuno, nemmeno i più quotati tra i bianconeri. Kolo Muani ormai è un caso, molto meglio quel pennellone di Woltemade, Cambiaso alterna cose belle a cose bruttissime, Gatti e Kelly patiscono la panchina, Bremer non è (più, ancora?) lui, Douglas Luiz di professione fa il geometra e non l’architetto. Contro il Rennes uno dei più bravi è stato Koopmeiners: basta questo per capire...
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