Qualcosa nell'aria
Forse è presto per dire se la Juventus sia davvero guarita dalla sindrome di avvitamento su se stessa che l’ha frenata in questo autunno fatto di delusioni cocenti e di infortuni a raffica (ieri a Lecce ne mancavano nove all’appello, se non è un record poco ci manca), di sicuro però la seconda vittoria esterna dall’esordio in campionato (Frosinone, 23 agosto) e la prima dopo un mese abbondante di astinenza (Atalanta, 18 settembre) è stata una passeggiata di salute, una boccata d’aria fresca per i giocatori e per Luciano Spalletti.
Juve, i miasmi di una crisi si sono diradati
I miasmi di una crisi grande, grossa e inarrestabile inalati nelle ultime settimane si sono diradati nella serata salentina, là dove quasi tutto ha funzionato come ottimisti e speranzosi desideravano. E allora immaginiamo che il signor Lucio, stanotte, abbia dormito il sonno dei giusti e (magari) sognato tempi migliori. Lo vediamo sistemare il cuscino, appoggiare la testa e chiudere gli occhi senza più dover governare l’angoscia di non aver vinto. Va da sé che con questa Juventus è impossibile ragionare in termini assoluti e un velo di precarietà continua ad avvolgere qualsiasi riflessione come un foglio di domopack, ma è fuori discussione che si siano notati passi avanti sotto il profilo tattico (il 3-5-2 funziona), dell’atteggiamento complessivo e dell’approccio al singolare. Insomma, le istruzioni per l’uso consigliano prudenza quando ci sono di mezzo i bianconeri, anzi quel che rimane dei bianconeri, eppure va sottolineato che le sensazioni scaturite dalla sfida con il Lecce sono sostanzialmente positive. In questo momento, del resto, conviene procedere di sensazione in sensazione, perché la classifica è meglio non guardarla, anche se dopo la vittoria di ieri la zona Champions League è a portata di mano, mentre la distanza dalla vetta rimane siderale.
Dopo cinque gare un clean sheet
La Juventus ha tenuto (abbastanza) botta anche quando, nel secondo tempo, il Lecce ha cambiato sistema di gioco, è uscito dal suo guscio minacciando Vicario e costringendo la difesa a vivere preoccupata come le reclute al Car. Ma dopo cinque gare (e sette gol incassati tra campionato ed Europa League) c’è da prendere nota di un clean sheet. Douglas Luiz, lasciato libero di macinare un buon calcio, è stato l’anima della squadra e non solo per la rete del raddoppio, McKennie ha confermato di essere un jolly micidiale (sua la stoccata che ha sbloccato il risultato su uno schema da palla inattiva), poi però ci sono le dolenti note. Troppe palle perse in uscita, tante imprecisioni tecniche, dall’irriconoscibile Cambiaso, allo sbiadito Koopmeiners, per finire a Kolo Muani. Che giochi solo là davanti o abbia una “spalla” con cui dialogare, l’incidenza offensiva del francese è vicina allo zero assoluto, con un assortimento insopportabile di mollezze e di errori.
Spalletti è sceso dal carro Kolo Muani?
La domanda è semplice e diretta: può una squadra che punta come traguardo minimo alla nobiltà europea avere un centravanti che è un non-centravanti? La risposta è abbastanza scontata e vale 50 milioni di euro: no. Ha fatto meglio Woltemade: nemmeno lui “vede” la porta, ma almeno è utile alla manovra e nel suo battersi ancorché in maniera disordinata, qualcosa combina sempre. Kolo no, Kolo ha persino mandato ai matti Spalletti che, dopo aver gesticolato come un vigile per un’oretta, lo ha sostituito. Verrebbe da dire che è sceso dal carro.
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