Leggere bene l'etichetta
Adesso però bisognerebbe che qualcuno spiegasse. Forza, dire: cos’ha Rino Gattuso in meno degli Amorim e dei Fabregas, dei Conte e dei Gasperini, dei Chivu e degli Allegri, ovviamente non dico a livello di tattiche e strategie, nemmeno voglio entrare in certi alveari, dico semplicemente a livello di caratura, di spessore, di competenze, e senza girarci attorno di vero e proprio prestigio. Per dirla tutta fino in fondo: se vogliamo limitarci al ruolo fondamentale di un vero allenatore, quello del capobranco, Gattuso non ha niente da imparare da nessuno, fin dai tempi del Pisa, quando si metteva davanti ai suoi giocatori per fare da scudo e da parafulmine, arrivando persino al punto di pagarli di tasca propria. Se poi gli adanisti più radicali vogliono buttarla sul piano della teoria spinta, aggiungo un’altra richiesta: siamo sicuri che i grandi teorici contemporanei, giochisti e risultatisti tutti assieme, sarebbero in testa alla classifica con una rosa come quella della Lazio, costruita tipo spending review del vecchio Cottarelli, diciamo pure per forza o per amore col braccino?
Il più grande trofeo di Gattuso
In attesa delle riposte scientifiche, dei pronunciamenti autorevoli, affretterei le cose con un’idea magari un po’ grossolana, comunque doverosa: anche se alla fine la Lazio arriverà esima, siamo davanti già da adesso al più grande trofeo di Gattuso, cioè la scissione sua come allenatore dal Gattuso giocatore. È il momento esatto e giusto di sdoganarlo dall’eterna etichetta, di liberarlo dalla gabbia del personaggio tutta grinta e muscoli, carattere e cattiveria (senza mai citare il cervello), che in una clamorosa carriera di centrocampo si è effettivamente costruite. Gattuso era quello nella prima vita. Questo Gattuso è altra cosa, l’abbiamo visto anche da ct, sa soffocare in culla passioni e istinto per mandare avanti la ragione e la calma, lasciando la grinta solo ai giocatori in campo, su richiesta, perché comunque il calcio moderno così dev’essere, su richiesta di qualunque allenatore, non solo da un ex-Gattuso.
Volendo strafare, volendo stradire, potremmo arrivare al punto di ammettere ufficialmente e pubblicamente che sì, Gattuso è davvero un ottimo allenatore, certo non è figlio di un dio minore, anche se non se la tira davanti alle telecamere e non tratta a pesci in faccia gli inviati di Dazn, men che meno va col dito sotto al naso dei colleghi nei fine partita. Il solo tratto comunque che sopravvive, tra questo Gattuso e quell’altro Gattuso, in definitiva è l’unico valore decisivo: quello e questo, piacciano o non piacciano, sono comunque Gattusi genuini, veri, senza trucco e senza inganno. Sono tutti e due Gattusi se stessi. Questo nuovo non fa una piega: che vinca o che perda, che lasci la Nazionale o che sia in testa alla serie A, sempre quello è. Forte nella tormenta, scettico nei trionfi. Da qui, l’ultima domanda: dire, quanti ne conosciamo così?
Ps: volutamente non l’ho mai chiamato Ringhio: quella è la prima gabbia in cui l’hanno rinchiuso.
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