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Milan, il consenso e il confronto

Leggi il commento al tecnico, Amorim, e alla squadra rossonera tra presente e passato
Roberto Beccantini
Roberto Beccantini

4 min

Pubblicato il 22.09.2026, 08:39

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A proposito di inventori. A proposito di imbonitori. Sarebbero stati i pissi-pissi tra Ruben Amorim e i senatori del Milan, suggeriti dalle cervellotiche scelte anti Benfica, a innescare la miccia che ha polverizzato il Lecce. Ecco. «Io come allenatore ho l’idea di educare, ma senza abusare. Anche perché una squadra può esistere senza un allenatore, ma un allenatore non può esistere senza una squadra». Santo cielo. Se questa frase l’avesse pronunciata un «italianista» qualsiasi, bé, lo avremmo mandato serenamente a quel paese. Ma c’è un problema: l’ha detta Julio Velasco. Che, non pago, ha aggiunto: «Non basta un super tecnico. Se si trovano cavalli da tiro e li si allena bene, tireranno di più, ma all’ippodromo perderanno. Per vincere servono i cavalli da corsa». Dovunque scalpiti, Varenne avrà nitrito di sollievo.
Non sono gli slogan unti e bisunti di un predicatore invasato. I concetti, trafugati dall’archivio, appartengono al Migliore. La storia ci invita a mescolare le esperienze, cosa che non significa rinunciare al proprio pensiero. Ci mancherebbe. Occhio, però, a non trasformarlo in pensiero «unico». Nel secolo scorso, qualcuno ci provò e andò a finire male, molto male: non solo lui. Abbasso il pensiero «unico», dunque: viva il pensiero «forte». 
Avete presente Herbert Chapman, il papà del Sistema (o «WM»), traducibile, oggi, nel 3-4-3 che, per esempio, Alberto Zaccheroni abbozzò a Udine e, adeguandolo, estese poi al Milan dello scudetto? Siamo in Inghilterra, e Chapman, ingegnere minerario, pilota l’Arsenal. Il calcio british è in crisi per l’abuso del fuorigioco. Così, nel giugno del 1925, l’Ifab, l’organo preposto a metter mano alle «leggi» del campo, decide di correggerlo: un attaccante, per essere in posizione regolare, non dovrà avere più tre avversari fra sé e la porta (due più il portiere), ma solo due (uno più uno). 
Lì per lì, le reazioni - dottrinali e pratiche - generano una gran confusione. L’Arsenal di Chapman va a Newcastle e ne becca sette (a zero). Oh my God. Musi lunghi, morale in cantina. Pressioni, tensioni. Mentre il boss rimpinza la lavagna di linee e di frecce, Charlie Buchan bussa e chiede la parola. È il capitano, uno dei suoi pupilli. Fior di bomber, ex Sunderland. 
Dice: «Perché non spostiamo un centrocampista in mezzo alla difesa? Le regole (dell’offside) hanno tolto un uomo, noi ne mettiamo un altro. Proviamo a giocare con tre difensori». Mister Herbert lo fissa. Perplesso, ma curioso: «E ’sto benedetto terzo difensore da dove lo prendiamo?». «Dalla linea superiore, la linea mediana. Ne spostiamo uno dietro e torniamo ad avere superiorità numerica sulle punte». Addio 2-3-5, addio Piramide di Cambridge: non era un rammendo, era un taglio. D’improvviso, una voce: «Voto Charlie». È Tom Whittaker, bussola dello spogliatoio. «Anch’io», replica Chapman. «Proviamoci». 
Ci provarono: doppietta di Buchan, 4-0 al West Ham. Il fiammifero diede fuoco al futuro. A conferma che il consenso attraverso il confronto sarà pure un po’ meno da guru, un po’ meno «stiloso», ma può indicare un sentiero; e il sentiero, talvolta, la luna. 

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