
Lindstrom, l’ultimo Amleto
C’è del calcio in Danimarca. Ce n’è sempre stato, dai tempi di John e Karl Hansen, che infiocchettavano la Juventus del dopoguerra del ventenne Giampiero Boniperti, e di Karl Aege Praest, cavallone di Copenaghen, anch’egli juventino, ala sinistra di grande prestanza fisica e il tiro al fulmicotone, come si diceva allora.
La Danimarca del delizioso Helge Bronèe, attaccante funambolo che il principe Raimondo Lanza di Trabia scovò a Nancy durante un viaggio di piacere e lo volle a Palermo perché palleggiasse nel suo giardino principesco e giocasse nella squadra rosanero affidata a quel tempo a Gipo Viani. Fantastico monello del pallone, Bronée un giorno si ribellò proprio a Viani quando Gipo impose alla squadra di arretrare in difesa e lui, Bronée, arretrò con gli altri, ma contestò la tattica difensiva facendo un volontario autogol.
Ma anche la Danimarca del piacentino Mario Astorri che giocò nel Napoli, prima di Jeppson, e quando andò via lo ritrovammo proprio in Danimarca. Venne a farci visita a Odense dove il Napoli di Roberto Fiore e Bruno Pesaola con Canè, Sivori e Altafini, a metà degli anni Sessanta, giocò un sedicesimo di finale di Coppa delle Fiere, vincemmo 4-1. Astorri, finita la carriera di calciatore, s’era trasferito a Copenaghen e, dopo avere pubblicato su un giornale la sua offerta di fare l’allenatore, aveva ottenuto un paio di panchine minori, vinto un campionato e allenato addirittura la nazionale danese per un breve periodo.
E poi la Danimarca di Preben Elkjaer, cavallo pazzo, ala sinistra del Verona di Bagnoli campione d’Italia nel primo anno di Maradona a Napoli. Era costato, nel 1984, la bella cifra di due miliardi e mezzo.
E, naturalmente, Harald “Dondolo” Nielsen, strepitoso goleador danese del Bologna anni Sessanta. Dopo un breve passaggio all’Inter, venne al Napoli. Era malconcio, con la schiena a pezzi, ma nessuno se ne accorse, regolarmente arruolato in maglia azzurra, aveva 27 anni, finché il giornalista Mino Jouakim scoprì il malanno che appannò il finale di carriera di Dondolo. Incontrò il giocatore in Piazza Carità davanti a una bancarella di cravatte. Harald ne scelse tre, una gli scivolò di mano e lui si chinò per raccoglierla da terra, ma rimase piegato in due. Jouakim fece lo scoop rivelando il malanno di Nielsen.
Ovviamente, se parli di Danimarca tocca parlare anche di Amleto. Ma tocca parlare anche di Jesper Graenge Lindstrom, infelice calciatore danese di anni 26 capitato a Napoli nella confusa campagna acquisti l’anno dopo lo scudetto con Spalletti quando Aurelio De Laurentiis, presidente, si mise in testa di fare anche il talent scout e l’uomo mercato, spendendo una ottantina di milioni per imbarcare otto giocatori indefinibili, tra cui il molto indefinibile belga Leander Dendoncker e, soprattutto, il danese Lindstrom, pagato 25 milioni e difficile da piazzare da qualche parte (lo Schalke 04 non l’ha voluto) dopo averlo dato in prestito all’Everton per 2,5 milioni e al Wolfsburg per 1,5.
Jesper Graenge Lindstrom è il danese che più assomiglia ad Amleto. Essere o non essere calciatore. Questo è il problema. Ma è soprattutto il problema del Napoli.
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