Napoli, Allegri non predica ma allena

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Mimmo Carratelli
Mimmo Carratelli

4 min

Pubblicato il 13.10.2026, 08:58 (Aggiornato il 13.10.2026, 09:08)

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Si sveglia la città e applaude all’allenatore aeronautico, a Massimo Allegri delle giacche volanti, applaude e si sorprende, è ancora lui, Allegri, quello di una botta e via, tutti in difesa a difendere la botta, il muso corto e la squadra di lotta, l’allenatore che non va al circo, l’allenatore che colpisce e si ritrae, il profeta della difesa come fortezza che è già mezza bellezza, insomma l’esecrato sacerdote del catenaccio moderno con la sua Bbc, Barzagli, Bonucci, Chiellini, che trasmetteva su onde corte, cortissime, è lui o non è lui sotto il cielo di Napoli com’è bello sognar mentre mormora il mar?
Sorpresa, abiura e scandalo. Nella notte umida e senza stelle, contro il Frosinone al Maradona, stadio di sogni e di chimere, il retrattile Massimiliano Allegri si distende, avanza, attacca e, a dispetto di poeti, santi e detrattori, scatena una improvvisa libidine offensiva e svela la lussuria del cappello a tre punte, Neres, Hojlund, Lang, in un Napoli che si difende attaccando, in un Napoli che passa dal blocco basso allo sblocco alto, insomma in una sola notte Massimiliano Allegri si toglie la giacca e lo sfizio di smentire la bieca leggenda che l’ha sempre inchiodato al ruolo di re spartano con le sue eterne Termopili. 
Gesù, Giuseppe, sant’Anna e Maria, questo Massimiliano Allegri rovescia improvvisamente le carte in tavola e, senza essere Guardiola e nemmeno Zeman, e, per carità, non nominiamo Sarri, mette alla gogna i colti e gli incliti che l’hanno sempre confinato in una cassa di risparmio, Arlecchino servo di un solo padrone, la difesa, solo la difesa, nient’altro che la difesa, il balordo di un baluardo come unica risorsa per vincere, l’italianista dello sparagno. 
Non si vive di solo pane e pene difensive. Allegri è altro. Non è core ‘e pimmice, sa gettare il cuore oltre l’ostacolo. Sa soprattutto “leggere” le partite come pochi altri allenatori. È un pragmatico, non un astigmatico. Vede oltre e vede bene. Accusato di difensivismo come ingiuria e condanna, Allegri esce trionfante dal gabbione di Livorno per imporre la sua visione del gioco del calcio senza esserne un demiurgo e un evangelista. Non predica e non razzola. Allena. 
Poiché ha vinto tanto, s’è presa subito l’invidia dei quaquaraquà, il calcio di Allegri è brutto, le sue squadre giocano male, non danno spettacolo. Intanto vince e non si vince giocando “brutto”. Ed è un allenatore duttile, mentre i quaquaraquà vorrebbero inchiodarlo alla croce di un unico, insopportabile sistema di gioco, l’allegrismo che è tristismo. 
Allegri che, nell’emergenza azzurra, inventa un Napoli d’attacco, spiazzando l’avversario che si aspettava tutt’altro atteggiamento tattico, la solita prudenza, la fortezza Bastiani in un deserto di tartari attaccanti, è l’allenatore che sa stare al mondo e al mondo del calcio con la semplicità del tecnico che non deve inventare il calcio, ma gestirlo con sapienza e intelligenza. 
La semplicità di Allegri viene confusa con una mancanza di idee geniali. La sua semplicità, che è concretezza, dà ai nervi perché sembra poca cosa. Invece, è la sua carta vincente. 

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