
Ranieri, il grande sottovalutato
Era il 9 settembre 1990. Cagliari-Inter 0-3, tripletta di Klinsmann. Fu la prima panchina di Claudio Ranieri in Serie A. Trentacinque anni fa. Dell’euro neanche si parlava. Il portiere poteva ancora raccogliere con le mani i retropassaggi dei compagni. Il Var, ovviamente, era fantascienza che solo Aldo Biscardi poteva sognare. Domenica sera, Ranieri si accomoderà per l’ultima volta sulla panchina dello stadio Olimpico. La sua città. La sua squadra. Il suo pubblico. Roma-Milan sarà il passo d’addio romano (l’ultima sarà poi Torino-Roma) di un professionista maledettamente sottovalutato, soprattutto in Italia. E che a 73 anni (a ottobre 74) ha impartito una lezione di calcio a tanti colleghi più giovani, tutti preceduti dal proprio ego.
A Roma, in pochi mesi, Claudio Ranieri ha offerto un saggio delle sue capacità di gestione. È stato chiamato a furor di popolo a metà novembre, con la Roma che aveva 13 punti in classifica dopo 12 giornate e un vantaggio di appena quattro punti sulla terzultima (il Lecce). Le prime due le ha giocate contro Napoli e Atalanta. Due sconfitte. A quel punto, la Roma era due punti sopra la Serie B (Roma 13, Como 11). La squadra era ridotta ai minimi termini. Calciatori allo sbando. Società a dir poco confusa. Tifoseria incredula e impaurita. La Lazio di punti ne aveva 28, più del doppio, ed era terza in classifica.
In cinque mesi e mezzo, Ranieri ha compiuto un’impresa che meriterebbe la sceneggiatura di un film. Che non avrebbe nulla da invidiare al mitico “Ogni maledetta domenica” la pellicola di Oliver Stone con la straordinaria interpretazione di Al Pacino. Ha ridato coraggio e dignità a ciascun calciatore, e allo stesso tempo li ha fatti tornare al servizio di una squadra. La sua Roma ha cominciato una rimonta da cartoni animati. Dal diciassettesimo posto, ha chiuso il girone d’andata all’undicesimo. E poi ha vissuto un girone da ritorno da scudetto: ancora adesso la Roma è prima nella classifica parziale del ritorno: 40 punti, quattro più dell’Inter e sei sul Napoli.
Sono oscuri i motivi che hanno indotto il calcio italiano a non comprendere appieno il valore di questo formidabile allenatore. Da noi era finito in periferia, tra Sampdoria e Cagliari persino in Serie B. Altrove sarebbe stato nominato a furor di popolo ct della Nazionale. Da noi ci si continua a sorprendere delle sue imprese. Come se il tecnico testaccino avesse ancora qualcosa da dimostrare. Tra le tante, ha una qualità che è propria dei grandi: non si spaventa delle novità. Per lui sono occasioni per crescere, per apprendere cose nuove. Altrimenti non avrebbe lasciato l’impronta che ha lasciato all’estero: al Leicester ovviamente ma anche al Valencia, così come al Monaco e al Chelsea. E ora si è calato nel nuovo ruolo di senior advisor. Con una mano ha tirato la Roma fuori dalle sabbie mobili e con l’altra sta lavorando al suo futuro. E ha cominciato anche ad arrabbiarsi. Forse ha capito in Italia che devi fare anche un po’ il personaggio. Essere solo un grandissimo allenatore da noi non basta.
Abbonati per continuare a leggere
Scegli l’abbonamento che fa per te e sblocca un mondo di contenuti esclusivi,
navighi senza interruzioni e scopri il piacere della lettura.
Basic
€ 19,99 Prezzo standardRisparmi il 50%€ 9,99al mese- 5 contenuti al mese
Più scelto
Plus
€ 29,9 Prezzo standardRisparmi il 33%€ 19,99al mese- 10 contenuti plus al mese
- Nessuna pubblicità
Best value
Pro
€ 49,99 Prezzo standardRisparmi il 20%€ 39,99al mese- Contenuti illimitati
- Supporto prioritario
Sei già abbonato?
Unisciti alla Community
Accedi o registrati per dire la tua sugli argomenti che più ti interessano e vivere tutti i servizi di Corriere dello Sport–STADIO". Completa il tuo profilo per essere sempre aggiornato su notizie, eventi, offerte e tutto ciò che fa vibrare il mondo dello sport.
ACCEDI
oppure
o entra con DISQUS
