Roma, nel nome della rosa
La premessa, seppur scontata, è inevitabile: un conto è la Champions, un altro la Serie A. Le differenze tra Italia ed Europa sono tante e tutte evidenti: altri avversari, altri contesti, altri arbitri, altre aspettative. Ecco perché ciò che va bene nel nostro campionato non va altrettanto bene nella più impegnativa competizione continentale. Tipo il gioco. Oppure la rosa. Due elementi che chiamano direttamente in causa la pazza Roma di Gian Piero Gasperini, capace di incantare per un’ora abbondante la platea internazionale giocando in maniera divina contro Real Madrid e/o Manchester United salvo poi chiudere la partita (le partite) con una sconcertante sconfitta.
Roma, ancora una rimonta subita in Champions. E quelle parole di Mourinho che ritornano...
E, allora, vale la pena ricordare le parole di José Mourinho regalate ai media dopo il recente successo del Real all’Olimpico. «I giocatori della Roma verso la fine della partita erano morti». Perché, sosteneva Mou, avevano speso troppo in precedenza dal punto di vista atletico. Tesi non banale e supportata, ad esempio, dal dato relativo ai gol beccati dalla Roma nei secondi tempi e nei quarti d’ora finali delle riprese. In Champions 8 gol al passivo, 7 dopo l’intervallo. Un segnale piuttosto eloquente. Le rimonte di Real e United, seppur diverse per la loro fattura, hanno in comune l’orario di sfaldamento della squadra di Gasp. Un caso? Forse. O forse no, ricordando la partita di campionato contro l’Inter, la squadra italiana con lo scudetto sul petto.
Identità Roma, nel bene e nel male
La Roma, però, sa giocare solo in quella maniera, cioè dando tutta se stessa, senza fare troppi calcoli. Ecco perché quando comincia a essere in debito di ossigeno avrebbe bisogno di (altri) giocatori in grado di proseguire il discorso intrapreso in avvio di gara. E qui, come avrete capito, entra in ballo la rosa. Con una qualità complessiva capace di reggere qualsiasi urto in campionato, ma debole se gli avversari non sono come quelli della maggior parte del campionato nostrano. La Roma, attrezzata per fare bene in Italia, non è attrezzata per fare altrettanto bene in Europa contro avversari a cinque stelle. Dove non conta regalare spettacolo per un tempo anche abbondante se poi crolli in modo devastante nel finale. Soprattutto se, come capitato a Manchester, sei costretto a fare a meno di svariati elementi di elevata statura tecnica e di riconosciuta esperienza. E pure se alcune scelte in corsa non danno ragione all’allenatore o all’idea che c’era alla base di questa o quella sostituzione. Le rimonte, le sconfitte cariche di rimpianti non hanno mai una sola spiegazione: chi individua un unico responsabile o un’unica motivazione sicuramente si dimentica di qualcosa o di qualcuno.
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