Stirpe: "Frosinone in Serie A con equilibrio"

Raggiunta la promozione il patron giallazzurro parla del calcio che verrà: "Puntiamo a salvarci con il nostro format rodato"
Tullio Calzone

Pubblicato il 16.05.2026, 09:54

  Presidente Stirpe, oltre alla gioia per la Serie A riconquistata, cosa intravede nel futuro del Frosinone? 
  «Sarà strettamente connesso a quelle che sono le nostre strategie. Di certo, però, non dovrà stravolgere il lavoro svolto in questi anni. Bisognerà mettere in campo tutto ciò che sarà possibile e efficace per centrare la permanenza nella massima categoria». 
 
Questa è la sua quarta promozione in A. È la più inattesa e la più bella anche dal punto di vista del gioco? 
«Amo ricordare tutte le mie promozioni. Rivestono la stessa importanza perché hanno portato al medesimo risultato. Ma quest’ultima è particolarmente significativa per le modalità con cui è stata conquistata». 
 
A chi sente di dover dedicare questo successo calcistico? 
«Lo dedico a tutti coloro che vogliono bene e hanno voluto bene al Frosinone. Questa è una vittoria del gruppo. È vero che ci sono tante individualità, ma il risultato è stato raggiunto perché ognuno ha fatto la propria parte». 
 
Quanto le somiglia Alvini in termini di caparbietà nella ricerca dei risultati attraverso il lavoro e adesione alla causa? 
«Il nostro allenatore non mi somiglia molto dal punto di vista caratteriale, perché è molto più istintivo di me, che invece tendo a riflettere e a programmare. Ma la cura dei dettagli che gli ho visto mettere quotidianamente in campo e l’etica del lavoro ci avvicinano certamente molto. Questa attitudine è stata fondamentale per mettere in campo gli strumenti giusti per vincere». 
 
Quali altre componenti hanno reso possibile che la squadra con l’età media più bassa della Serie B abbia potuto competere con corazzate come Monza, Palermo e Venezia, riuscendo alla fine anche a vincere? 

«Secondo me l’ingrediente fondamentale è stata la volontà, è stato crederci. A cominciare dal nostro direttore sportivo Renzo Castagnini, anche nei momenti in cui poteva sembrare quasi uno scherzo ambire a un obiettivo simile». 
 
Il coraggio di puntare su giovani come Palmisani, Bracaglia, Cichella, Ghedjemis e Kvernadze ha dato ottimi frutti. In Serie A cosa occorrerà aggiungere per proseguire? 
«Io penso che, alla latitudine di club come il Frosinone, si possa fare calcio solo nel modo in cui lo abbiamo fatto quest’anno, anzi abbassando ulteriormente i costi. Poi la Serie A è un altro mondo. E, senza stravolgere la nostra strategia, servirà molto di più per competere e conquistare la salvezza». 
 

E cosa occorrerà per raggiungere la prima salvezza in A nella storia del club che presiede? 
«Innanzitutto tanta generosità e la capacità, da parte di tutti, di mettersi in discussione fino alla fine. A cominciare da me». 
 
Lei in passato ha spesso rimarcato la necessità di rendere più equilibrato e moderno il nostro sistema calcistico. È ancora possibile farlo? 
«Diciamo che il collo dell’imbuto è diventato sempre più stretto. Ma alcuni problemi sono emersi anche in modo drammatico. C’è necessità di risorse che non sono più disponibili. Bisognerà puntare su un rafforzamento delle strutture economico-finanziarie dei club, consolidando le imprese anche attraverso la riduzione dei costi di gestione». 
 
La strada che lei ha intrapreso negli ultimi dieci anni si è retta sostanzialmente su due idee cardine: infrastrutture moderne e investimenti sui giovani. Eppure questo combinato disposto virtuoso sembra non bastare più. È così, presidente Stirpe? 
«Certamente. E proprio per il motivo che dicevamo. Senza sostenibilità economico-finanziaria non può esserci crescita e non ci saranno investimenti nei settori giovanili. L’abolizione della legge che ha portato alla liberalizzazione dei vincoli è ineludibile. Chi investirà sui giovani se poi deve affidarsi unicamente a intermediari che non sempre tutelano gli interessi sia delle società che dei ragazzi?». 

Contenimento dei costi attraverso il salary cap, regolamentazione dello strapotere dei procuratori e rapporti tra le Leghe per una più equa ripartizione delle risorse del sistema: sono queste le altre priorità su cui intervenire? 
«Se il salary cap viene applicato dal cento per cento dei club, diventa uno strumento utile. Ma se chi non lo rispetta può aggirarlo perché dispone di maggiori risorse, allora non funziona più. Perché genera un effetto domino, una sorta di emulazione, che rende inefficace il meccanismo». 

 

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In che senso? 
«Anche chi non può permetterselo finisce per spendere soldi che non ha. Invece, il sistema dovrebbe riguardare tutti ed essere applicato senza alcun tipo di eccezione. Ho già avuto modo di sottolineare che il mondo del calcio è troppo corporativo e perde di vista gli interessi complessivi». 
 
Come se ne esce? 
  «Il calcio potrà riprendersi solo se ci sarà un rapporto di solidarietà tra tutte le componenti che gravitano attorno a questo mondo. Tutti gli attori, nessuno escluso. Quanto più si ridurrà il tasso di voracità, tanto più aumenterà la capacità di sviluppare un progetto di rilancio importante, con benefici per tutti». 
 
La disparità di interessi tra le piccole e medie società e i grandi club è il maggiore impedimento. Cosa bisognerà fare per tenere insieme le diverse esigenze? 
«È questo il punto. Chi ha più disponibilità dovrà essere maggiormente generoso. Altrimenti non ne usciremo». 
 
Finora non c’è riuscito nessuno. 
«E qualcosa significherà. Tutte le politiche praticate negli ultimi vent’anni hanno sistematicamente portato a una riduzione delle risorse a favore delle Leghe. È il momento che ognuno faccia un passo indietro, a partire da chi possiede di più, affinché il movimento realizzi riforme indispensabili e non più rinviabili». 

È un’utopia riuscire a non sradicare il calcio dai territori a vantaggio di eventi sempre più internazionali? 
«Il calcio sta diventando sempre più selettivo e ciò obbliga inevitabilmente a ridisegnare il mondo professionistico. Rivederne il perimetro è ormai inevitabile. Avere quattro Leghe è un lusso che non possiamo più permetterci». 
 
Per la terza edizione consecutiva l’Italia non partecipa ai Mondiali. È tutto nella logica delle cose perché la Nazionale non interessa più a nessuno? 
«Secondo me abbiamo preso una direzione che guarda soltanto agli interessi specifici delle società e non coinvolge tutti, perdendo così di vista la necessità di sviluppare le rappresentative azzurre. La visione egoistica che ha avuto il vertice del mondo professionistico ha svuotato di valori la Nazionale. Serve un progetto che la rimetta al centro, altrimenti non sarà possibile rilanciarla. Da quando c’è stata la separazione tra Serie A e B siamo stati eliminati due volte dai Mondiali e per altre tre esclusi: evidentemente quella divisione non ha portato bene». 
 
Il suo amico Oreste Vigorito, presidente del Benevento, per descrivere la condizione del nostro calcio ha usato la metafora di un “fiume morente, il cui alveo è intasato da tronchi e detriti che ostruiscono un corso d’acqua sempre più flebile”. Una fotografia realistica o è pessimista il magnate sannita? 
«Rende bene l’idea e io la condivido. Negli ultimi 25 anni, da quando faccio parte di questo mondo, ho sempre avuto l’impressione di trovarmi in un sistema che si alimenta delle proprie scorie, che si nutre di elementi negativi capaci di pregiudicarne uno sviluppo virtuoso. In sintesi, possiamo dire che il mondo del calcio si crea da solo i propri problemi, compromettendo così la possibilità di progredire adeguatamente come potrebbe». 

Quali riforme non sono più rinviabili da parte della prossima governance federale? 
«È necessaria una riforma importante delle Leghe, una più chiara definizione tra mondo professionistico e semiprofessionistico. Occorrono strumenti legislativi che agevolino la ri qualificazione delle infrastrutture e normative che promuovano la costituzione dei settori giovanili. Infine, servono provvedimenti che permettano alle imprese calcistiche di ampliare la possibilità di aumentare i propri ricavi. È eloquente il caso del betting: tutti guadagnano sulla possibilità di scommettere, tranne chi genera l’evento». 
 
La prima volta che il Frosinone e il Carpi andarono in A, qualcuno definì quelle promozioni una sciagura per via dello scarso appeal che due piccole città avrebbero suscitato in termini di vendita dei diritti tv. Sono passati oltre 10 anni e i problemi sembrano decisamente altri. È così? 
«Io credo che i problemi si siano aggravati, perché il Covid ha inasprito i rapporti tra le parti. Se dieci anni fa bisognava fare in fretta, oggi ulteriori ritardi non farebbero altro che peggiorare una situazione già complessa e difficile». 
 
Che effetto le ha fatto la vicenda del derby capitolino programmato in concomitanza con la finale degli Internazionali di tennis? 
«È impensabile che, in un mondo in cui la pianificazione è fondamentale, accadano certe vicende. Nel tempo degli algoritmi e dell’inte lligenza artificiale, incredibilmente, c’è ancora spazio per sovrapposizioni simili tra eventi». 
 
Ma il Frosinone, secondo lei, ce la farà a salvarsi in questo scenario? 
«Il Frosinone avrà tante più possibilità di conservare la Serie A conquistata con merito quanto più ci saranno generosità e capacità, da parte di tutti, di mettersi in discussione. Come ho già detto, a cominciare da me». 

 

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