Malagò è eleggibile (e Mancini perdonabile): proviamo a fidarci
Da che cosa deve partire una palingenesi? Come si ricostruisce dopo tre fallimenti-tre? A chi si dà il timone quando è sparita anche la barca? Tra il comprensibile desiderio di continuare a demolire ogni cosa fino all’estinzione e l’insopprimibile istinto di buttare il bambino e l’acqua sporca, scelgo la terza via. Scelgo di vivere. Un po’ perché ripetermi che essendo tutto finito è meglio morire mi pare un po’ sterile e un po’ perché, per una volta, sul tavolo c’è una soluzione logica.
Lunedì 22, poche ore prima dei nuovi impegni di Argentina e Francia al Mondiale, competizione, non è ozioso ricordarlo, alla quale torneremo, se Dio vorrà, a sedici anni dall’ultima apparizione, avremo in Giovanni Malagò il nuovo presidente del calcio italiano e con lui, l’uomo destinato a sostituire Gattuso, Roberto Mancini. Gente con infinita esperienza, abitudine a vincere, pelo sullo stomaco e nessuna, nessunissima voglia di far figure di merda.
Lo dico perché li conosco, sono amico di entrambi e so che l’ossessione della vittoria - non li invidio - è la loro unica bussola. E perché ridurre il loro impatto sullo sport italiano a una questione privata tra nuotate in piscina, partite a calcetto e circoli sul fiume non è solo un’inutile volgarità, ma una sciocchezza, uno sfregio all’intelligenza, un luogo comune.
Qui c’è bisogno di azioni e non di proverbi. Qui c’è bisogno di un vero governo, di un piano, di gente all’altezza. Qui c’è bisogno di diagnosticare la malattia, prima di somministrare le medicine. Ora Malagò e Mancini non saranno simpatici a tutti, ma sanno come si fa. Qualcuno non vuole Malagò perché, come diceva Leo Longanesi, «in Italia non si perdonano le buone intenzioni, figuriamoci il successo» e qualcun altro rifiuta Mancini perché dopo aver stupito chiunque regalandoci l’Europeo, Roberto è andato a prendere molti milioni di euro in Arabia senza spiegare troppo. Lo avrebbe fatto il novantanove per cento dei cittadini del suo stesso Paese, gli stessi per i quali da eroe si era trasformato in traditore della Patria e di Gravina, il medesimo a cui i tifosi imputavano ogni male, colpa e nefandezza.
Seguire l’umore del momento, l’emotività e l’ansia di pestaggio non produce soltanto ingiustizie, ma provoca cortocircuiti logici sui quali un’azienda in fallimento ha l’obbligo di non soffermarsi. L’Italia è in quello stato. E lo sanno tutti. È proprio vero che ogni successo nasconde un malinteso, ma non è meno certo che quando l’ipocrisia diventa rondella, ricorderà chi ha l’età, ogni cosa, a partire dalla verità, si trasforma in teatrino.
In attesa di capire se Mancini e Malagò verranno trovati in possesso di un salmone in circostanze sospette o accusati di aver plagiato un pezzo di Cremonini durante una vacanza in Turkmenistan, restano la verità e l’obbligo di tornare seri. La verità è che non c’è più tempo e che essere seri è un dovere. Prendiamo due professionisti. E iniziamo a lavorare.
