Igor e Livorno, una cosa sola

Un ricordo del 2002 racconta chi era Protti
Alberto Polverosi
Alberto Polverosi

4 min

Pubblicato il 20.06.2026, 12:11 (Aggiornato il 20.06.2026, 12:28)

«Vorrei farti un’intervista un po’ strana, parliamo su una barca mentre navighiamo sui fossi di Livorno». Silenzio dal telefonino di là. Poi: «Bellina, dai, si fa». È il febbraio del 2002, Protti è già capocannoniere della Serie C, ha trentacinque anni e un obiettivo chiaro in testa: «Sono tornato a Livorno perché voglio riportarlo in B». E non si fermerà. Segnando 54 gol insieme al suo gemello Lucarelli (stagione 2003-2004), riporterà gli amaranto in Serie A e con le ultime reti della sua carriera li lascerà con una salvezza. Ha girato l’Italia, partendo da casa sua, da Rimini, poi subito Livorno, da ragazzino, tre anni, il tempo giusto per innamorarsene per sempre. E da Livorno alla Virescit, al Messina, Bari, Lazio, Napoli, ancora Lazio, Reggiana, infine il ritorno a casa, la sua vera casa, Livorno, l’Ardenza.

Protti e il viaggio in barca tra i fossi di Livorno

 Paolo Nacarlo, grande amico di Protti e all’epoca capo ufficio stampa del Livorno, ci organizza questo viaggio che ancora oggi resiste nella mia mente di cronista come uno dei ricordi più belli. Saliamo sulla barca e iniziamo il giro dei canali. E’ un febbraio freddo, ma Igor con la sua giacchetta nera non se ne accorge. Guarda incantato la città come se la vedesse per la prima volta. Eppure sono già tre anni che ci vive e tre anni erano stati anche alla sua prima tappa lontano da Rimini. Qualche barcaiolo lo riconosce, lo saluta, gli sorride. Passiamo sotto i ponti e lui chiede al comandante della nostra barca cosa c’era prima lì, in quella nicchia umida e nascosta. «C’erano le botteghe e i bighi sollevavano la merce dalle grandi barche». I bighi? Domanda incuriosito Protti: «Erano le gru a mano». Io vorrei sapere del Livorno, lui vuole sapere di Livorno. È pur vero che qui squadra e città sono una sola cosa ed è altrettanto vero che Igor c’è tornato perché avverte una forza tutta livornese, che nasce dalle viscere dei quartieri che stiamo attraversando. Mi dice: «Ogni volta che entri in campo all’Ardenza, ti sembra di giocare ancora nel Livorno della Serie A, quello che arrivò secondo alle spalle del Grande Torino». Mi racconta dei suoi anni da ragazzo. «Ero in panchina, accanto a Sacchi, quando Baggio si spaccò il ginocchio in quel Rimini-Vicenza. Ma io lo sapevo che ce l’avrebbe fatta lo stesso». La barca prosegue la sua lenta navigazione verso la stazione marittima e mentre ci stiamo salutando, sul moletto si affaccia un signore barbuto con la maglia amaranto, ovviamente. «Dé, Igor, domenica dopo il gol, perché tanto segni, ricordati di fare il trenino». Protti ridendo gli risponde: «Spero di ricordarmelo perché sai, dopo un gol ho la testa sotto sopra». E il signore barbuto: «Non ti preoccupa’, prima esulto, poi ti chiamo sul telefonino e te lo ricordo io».  

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"Sai, i giocatori della mia epoca erano quasi tutti così"

Quella mattina in barca con Igor Protti mi lascia una sensazione di buono, di piacere. Cerco di capirne la ragione e mi accorgo che abbiamo parlato di calcio senza il bisogno di esagerare, Igor ha mischiato il racconto di quel gioco meraviglioso ai suoi valori di uomo e lo ha fatto in un modo così naturale che mi fa sentire bene. «Sai, i calciatori della mia epoca erano quasi tutti così». Ieri ci ha lasciato a 58 anni sapendo che i calciatori di questa epoca non sono quasi tutti così. Il fischio finale ha interrotto una storia che non si può dimenticare. 

 

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