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Alberto De Rossi: “L’Ostiamare è dentro di noi”

Oltre trent’anni nella Roma, prima di seguire Daniele: "Il progetto è una cosa seria: giovani e valori"
Chiara Zucchelli
Chiara Zucchelli

7 min

Pubblicato il 10.09.2026, 08:43

L’Ostiamare gli ha fatto (ri)trovare la parola. In tanti anni, mai un’intervista a un giornale: Alberto De Rossi sempre un passo indietro, per carattere, ma anche per lasciare tutta la luce al figlio, a Daniele. Oggi che i destini si sono incrociati ma su piani compatibili, anche per ruolo la chiacchierata diventa possibile.

Per ruolo, sì, ma quale? Allenatore o presidente? 
«Alberto, ma anche mister. Sono un uomo di campo».  
Da poco più di un mese Alberto De Rossi è ufficialmente il presidente dell’Ostiamare. Dopo una vita nella Roma - e per la Roma - si sarebbe potuto riposare: qualche viaggio in più con la famiglia, gli impegni con i nipoti, suo figlio a Genova: «Daniele pero è presente anche a distanza». 
 
Discussioni tra proprietario e presidente? Dica la verità. 
«No, mai. Però ci confrontiamo, come con tutto il gruppo di lavoro. Siamo colleghi, amici e famiglia. C’è anche mia figlia qui con noi». 
 
A Pesaro è arrivata la prima vittoria in Serie C. Vi siete tolti un peso. 
«Siamo tutti molto felici, non vedevamo l’ora che arrivassero questi benedetti tre punti. Ma il nostro progetto è ancora all’inizio. Non vogliamo solo creare qualcosa di importante a livello sportivo. Vogliamo formare cittadini, non solo calciatori. Abbiamo ben chiara la nostra funzione sociale. Poi ovviamente mantenere la categoria e crescere ancora è un impegno». 

Ricorda la prima volta che entrò all’Ostiamare? 
«Questa società è sempre stata dentro di noi. Ci giocavo da piccolo. E ricordo la prima volta con Daniele qui: era il 1988, aveva appena compiuto cinque anni». 
 
Quasi quarant’anni dopo ne diventate i proprietari. 
«Le istituzioni sono venute da noi e ci hanno proposto l’opportunità di occuparci di un club che rischiava di fallire. Hanno colpito me, Daniele e tutta la nostra famiglia nel cuore. Non potevamo dire di no. Ma non bastavano i sentimenti: dovevamo metterci anche professionalità e investimenti. Stiamo facendo le cose seriamente, lo dovevamo a Ostia: non ci siamo solo nati, questo mare ci ha cresciuto. È casa, vogliamo che questo club cresca ancora: passione e organizzazione. Qui a Ostia le cose stanno cambiando e cambieranno ancora. Il quartiere è con noi, la gente è totalmente dalla nostra parte». 
 
C’è anche un po’ di invidia? Il connubio Ostiamare - De Rossi ha fatto il giro del mondo. 
«Qui no. Fuori può essere, non ci riguarda». 

Vi siete rinforzati tanto per la C.  
«Ci crediamo molto, adesso avanti per fare i punti che servono. Poi c’è tutto il resto: altissima professionalità. Qualità del lavoro e qualità dei rapporti umani sono imprescindibili». 
 
Sembra felicissimo: niente pensione? 
«Lo sono, pensionato. Magari mia moglie un po’ meno (ride, ndr), ma questa è la mia vita». 
 
Il giorno dell’esordio in casa eravate emozionati anche se non avete vinto.  
«E forse un po’ l’abbiamo pagata l’emozione, tralasciando qualcosina a livello sportivo perché era importantissimo riuscire a fare tutto in tempo per poter giocare a Ostia, allo Stella Polare. Grazie al contributo e alla disponibilità di tanti soggetti, in primis Roma Capitale e la NEA Rugby, attuale concessionaria dell’impianto, siamo riusciti in tempi record a mettere insieme un progetto ambizioso, che guarda anche ai modelli delle grandi città europee, dove realtà sportive fortemente identitarie e legate ai quartieri vivono e giocano all’interno del territorio che rappresentano. Abbiamo trovato una situazione non semplice e abbiamo cercato di migliorare tutto ciò su cui era possibile intervenire. Il lavoro non è concluso, ma le istituzioni si sono attivate». 
 
Volete rifare anche l’Anco Marzio, il progetto è pronto.  
«L’iter sta andando avanti, l’auspicio è che si possa completare per poter dare inizio ai lavori già all’inizio del prossimo anno». 
 
I giovani sono stati la sua vita e il suo lavoro per 30 anni. 
«E lo sono ancora oggi. Come dicevo, la Serie C è la nostra categoria, seguo in prima persona le attività della prima squadra nel rispetto di una struttura già ben collaudata, ma ci sono anche tutti i ragazzi di cui occuparsi, cosa che faccio con Roberto Menichelli. Per noi è fondamentale il bene della comunità. È chiaro che ogni cambiamento porta con sé delle rinunce, qualcuno può storcere un po’ la bocca, ma vediamo che il nostro lavoro è apprezzato. Vogliamo che l’Ostiamare sia la prosecuzione della scuola e presto lo dirò ai genitori. Vorrei che i bambini si sentissero come a casa, è proprio quello che provavo io da piccolo». 

Siete stati costretti a fare un comunicato contro le ingerenze dei genitori. 
«Su questo siamo inflessibili. Qui sono tutti uguali». 

La Serie C è un campionato che conosce bene. 
«È il mio. Ho fatto due anni all’Ostiamare, poi Primavera della Roma e tredici anni di C. Allegri era mio compagno a Livorno, giocavamo insieme, ci divertivamo. Questo campionato mi piace, ci sono squadre forti che hanno fatto categorie più importanti, nessuno ti regala niente. E poi è divertente. Quando vedo le persone affacciate ai terrazzi che guardano le partite, è il calcio che piace a me».

Favorevole alle seconde squadre? 
«Da sempre. Capisco che per alcune società siano un costo, non tutte si possono permettere di investire dagli 8 ai 12 milioni, ma i top club dovrebbero averle per far crescere i ragazzi». 
 
Suo figlio pensa che tanti allenatori dovrebbero avere la possibilità di lavorare in Serie A ma il percorso per il patentino, se non sei stato un grande calciatore, è complicato. 
«Non ci dovrebbe essere questa differenza abissale tra chi ha giocato ad alti livelli e chi no».

Della Roma cosa le resta? 
«Dopo oltre trent’anni si è concluso un percorso umano e professionale che mi ha regalato esperienze, soddisfazioni e relazioni che porterò sempre con me. Ma tornare alle proprie radici rappresenta qualcosa di altrettanto profondo. Ero e resto un tifoso». 

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