Giovanni Costantino, l'intervista: "Guidiamo la rivoluzione" 

«Da macchinista sognavo il calcio, una mail ha cambiato la mia vita». La Finlandia, Cipro e tanta Europa dell’Est: da tecnico senza essere  stato un calciatore “pro”. Per l’Italia U16 la Figc ha scelto un giramondo
Giovanni Costantino
Giovanni Costantino

6 min

Pubblicato il 15.09.2026, 13:45

Se è vero che una chiamata può allungarti la vita, una mail può donarti una carriera. Giovanni Costantino aveva 23 anni quando ha capito che neppure il fresco delle Dolomiti poteva rigenerare le sue ginocchia malmesse. Faceva il centrocampista in Promozione, un siciliano in Sud Tirolo. Poi ha vinto un concorso da macchinista, ma vuoi mettere il calcio, la passione di una vita? Sui treni è durato un paio d’anni, prima di mettersi a scrivere. Riempiva le pagine dei suoi quaderni di schemi e tattiche, finché ha capito che doveva uscire dalla stanza. Trenta mail, forse quaranta, spedite in giro per l’Europa. Sempre lo stesso oggetto: «Cerco una panchina». Il doppio click giusto è stato quello di un finlandese: «Conosco un italiano che può aiutarti». Tra connazionali, si sa, il pane ce lo prestiamo volentieri quando siamo lontani da casa. Ed è così che è iniziata la carriera di un giramondo che Viscidi e la Figc hanno riportato a casa. Oggi guida la nazionale Under 16.  

L'intervista a Giovanni Costantino

Non ha giocato ad alti livelli. 
«Ma ho trovato il Futura». 
 
Un nome che sa di destino. 
«Porvoo, 52 km da Helsinki. Da ottobre e ho dovuto aspettare l’estate per vedere un po’ di sole. Vivevo in uno studentato, allenavo i ragazzi e già dopo il primo mese il presidente mi veniva a cercare per pagare lo stipendio». 
 
Ha mollato il posto fisso. 
«Per istinto. Il responsabile delle risorse umane che era indeciso sul darmi l’aspettativa si è convinto con uno sguardo: “Sono convinto al 101% che non tornerai”, mi disse».  
 
Cosa ha trovato lassù al nord? 
«I bambini di 11-12 anni non sapevano fare dieci palleggi. Però facevano due o tre discipline, vivendo lo sport come arricchimento psico-fisico». 
 
L’Honved in Ungheria, il ruolo di vice nella nazionale di Rossi, lo Streda in Slovacchia, poi l’MTK Budapest, l’Agia Napa a Cipro, il Craiova in Romania, il Petrocub in Moldavia, il Biškek in Kirghizistan, persino le Isole Aland con una incursione al Casarano. Cosa le ha lasciato questo giro del mondo? 
«Un bagaglio enorme. Il posto cho ho sentito più simile a casa è Cipro. La Romania è il luogo in cui mi sono sentito più amato, in Ungheria ho capito cosa significhi amare una nazionale». 
 
L’’Est è la nuova frontiera? 
«Sta emergendo per talento e fame di calcio. E con l’ingresso nell’area Schengen hanno mosso passi da gigante. Una cosa non dimentico». 
 
Cosa? 
«Che è sbagliato guardare dall’alto verso il basso. Abbiamo tanto da imparare. Quello che ad esempio in Italia è considerato giovane, non lo è nel resto d’Europa. Un under 19 non è un giovane. Iniziamo abbattendo questa barriera». 
 
Perché è tornato al vivaio? 
«C’era un’occasione in Superliga romena, ma alla Nazionale non puoi dire no». 
 
E perché il Club Italia ha cercato proprio lei? 
«Per idee simili. Non si specula sul calcio. Si va all’attacco, si pressa, si gioca con intensità». 
 
Dal 2018 le nazionali giovanili hanno giocato 7 finali e i grandi non vanno al Mondiale. Da fuori s’è dato una spiegazione? 
«Il calcio rispecchia i nostri valori come nazione, dove l’esperienza conta più dell’entusiasmo dei ragazzi. Dobbiamo guidare una rivoluzione culturale». 
 

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Perché la categoria U16 è importante?
«Perché poniamo le basi del futuro. Ai ragazzi ricordo sempre che tra 4 anni c’è il Mondiale e loro avranno 20 anni. Avremo anche Immobile come capodelegazione, un grande valore aggiunto». 
 
È il tempo dei nuovi italiani. In U16 abbiamo Sassetti del Dundee e Nebatumbu del Leicester. 
«Chi sente la maglia azzurra deve avere un’opportunità. L’importante è che non sia una scelta di convenienza. Noi abbiamo il dovere di andare a cercare in giro per il mondo questi nostri figli». 
 
Ci sono tanti modi per raggiungere un risultato. Quello che soddisfa lei? 
«Se fossi un opportunista vorrei quel calcio lì, ma ogni tecnico esprime in campo ciò che è. Attendere non è nelle mie corde. Credo nel coraggio». 
 
Un modello lo avrà avuto. 
«Ero troppo piccolo per Sacchi. Il Napoli di Sarri mi incollava alla tv». 
 
Ha dedicato la sua tesi Uefa Pro alla fluidità. Che significa? 
«Che col 4-3-3 posso dare ampiezza con gli esterni, coi terzini, con le mezzali. Lo specialista non esiste più. Il difensore deve saper marcare, costruire, andare sull’uomo». 
 
De Rossi ha parlato delle scarse opportunità per gli allenatori che non hanno giocato ad alto livello. 
«Siamo delle mosche bianche, vero, ma non dobbiamo fare la missione Apollo 13. Credo in un futuro di meritocrazia». 
 
Ai ragazzi che hanno il suo stesso sogno possiamo dire “mandate quella mail”? 
«Ma soprattutto non ascoltate chi vi dice che è complicato e non vale la pena. Di solito lo dice chi ce l’ha fatta». 

 

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