Juve, la ricostruzione è incompleta
«La nostra ambizione è la vittoria». Lo ha detto John Elkann, il proprietario della Juventus, a margine del vernissage bianconero di metà agosto che ai tempi del nonno Giovanni si celebrava a Villar Perosa e che oggi per ragioni di marketing viene organizzato all’Allianz Stadium. Dopo sei anni senza scudetto e con l’ultima stagione conclusa malissimo, addirittura fuori dalla Champions League, si tratta del minimo sindacale per la società più blasonata d’Italia. In fondo, Elkann è stato quasi banale, ha solo rovistato nella storia passata e recente del club per ritrovarne l’identità perduta, aggiungendo però che «siamo in fase di ricostruzione» e che è indispensabile «riaprire cicli». L’ultimo, gloriosissimo, lo ha chiuso il cugino Andrea, mai tanto rimpianto dai tifosi.
Juve, Elkann: "Bisogna ripartire dall'Italia"
Per rimettere insieme i cocci della Juventus, il presidente di Exor si è affidato a Giovanni Carnevali, definito «grande professionista che conosce benissimo il calcio italiano» perché «è dall’Italia che bisogna ripartire». Già. Un atto di pentimento rispetto alla scelta sciagurata della scorsa stagione, quando per rimediare ai guasti di Cristiano Giuntoli venne assunto il francese Damien Comolli, scovato da un head hunter a Tolosa, non proprio la Ville Lumière. Per ricostruire ci vogliono tempo e bravura, anzi come diceva Arrigo Sacchi “oc, pazienza e bus de cul”. Il problema è che l’attesa logora e le prospettive non sono incoraggianti. A due settimane dalla conclusione del mercato, la Juventus parte dietro l’Inter e il Napoli, probabilmente anche la Roma e il Milan. Nulla che non fosse prevedibile, tenuto conto della situazione ereditata a giugno da Carnevali e Massara, con mezza squadra da rifondare e mezza da vendere. Poi, si sa, il calcio non è una formula chimica e cosa pare evidente sulla carta magari viene smentito dal campo. Di regola, comunque, il tempo spiega tutto, persone e situazioni.
Lucumi e Vicario per Spalletti
Lucumi e Vicario, uno acquistato e l’altro preso in prestito, sono gli ultimi due tasselli inseriti in organico per fare in modo che la scalata di Spalletti alla zona Champions League sia meno perigliosa. Il colombiano rende sicuramente più ermetica la difesa, il portiere è una via di fuga dopo aver battuto e sbattuto troppe strade avventurose non avendo a disposizione denari per un investimento serio. I denari, su per giù 160 milioni, sono stati spesi per mettere fine alla telenovela Kolo Muani (domanda: è davvero così più forte di Vlahovic da meritare tanta attesa e tanti soldi spesi?), per assicurarsi – questo sì un colpo – il giovane talento Alajbegovic, per prelevare dal Genoa un altro ragazzo di belle speranze, Ekhator, per soffiare (a zero) Celik alla Roma. E per riscattare Openda, parcheggiato al Lione.
Juve, ricostruzione (ancora) incompleta
La ristrutturazione bianconera è ancora incompleta e il proprietario ha finito con gli aumenti di capitale, quindi con iniezioni di denaro fresco dopo aver elargito quasi un miliardo di euro. Rispetto ai piani strategici, mancano all’appello un centrocampista e un centravanti, senza dimenticare che l’allenatore si è inventato un maestro del riuso: Douglas Luiz e persino Milik sono stati gerovitalizzati e riconsegnati all’attualità delle cronache. Ma per completare l’operazione di maquillage è indispensabile vendere, non solo prestare. La lista è lunga, i pretendenti onestamente pochi, però da Nico Gonzalez, David, Di Gregorio, Koopmeiners, Cabal e Zhegrova devono uscire i soldi necessari per gli ultimi ritocchi. E sono cavoli amari di Carnevali...
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