Al Bernabeu si fa la storia

I ricordi di una sfida leggendaria: da Santiago Bernabeu e Di Stefano alla fuga di Mourinho
Roberto Beccantini
Roberto Beccantini

4 min

Pubblicato il 08.09.2026, 13:31

Real Madrid-Inter, in programma stasera, esula dalle statistiche che gonfiamo per sentirci statisti. È la storia che, attraverso la penna di Gianni Brera e Javier Mariàs, sprona e spreme i ricordi: dalla finale del 1964, che a Vienna consacrò il figlio di Valentino, alla fuga di José Mourinho la notte del Bayern, nel 2010, in un’arena già all’avanguardia e oggi addirittura astronave, il futuro a pelo d’erba. Quindici tra Coppe dei Campioni e Champions League, il Madrid Club de fútbol, Real per concessione di re Alfonso XIII. Fu il suo mitico presidente, Santiago Bernabeu, ad assecondare il giornalista francese Gabriel Hanot nella corsa verso un torneo di respiro continentale, lui franchista viscerale e ricambiato sin dal ratto di Alfredo Di Stefano. Avrebbe dovuto disputare una stagione al Real e una al Barcellona: col cavolo. Non pago, don Santiago fece inserire nel protocollo della competizione la «pagliuzza» del diritto di parteciparvi in barba ai piazzamenti domestici. Una sorta di polizza (quasi) «a vita».

 

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Real Madrid, non solo Bernabeu

Ma questo è di dominio pubblico. E di dominio in tutti i sensi. Il Real è stato Bernabeu, certo, ma non solo. O meglio: non sempre, non subito. Dalle pagine di «Futbolitica», scritto da Ramon Usall e tradotto da Simone Bertelegni, editore «66thand2nd», emerge il dato curioso, e paradossale, che a fondare la società si adoperarono due fratelli catalani, Juan e Carlos Padrós. E se l’Inter è nata il 9 marzo 1908 in un ristorante («L’Orologio», alle spalle del Duomo), il Real vide la luce, il 6 marzo 1902, in un negozio di abbigliamento («Al Capricho», in Calle de Alcalà). Non è vero, inoltre, che la Casa Blanca sia sempre stata conservatrice. Nel 1935, ai suoi vertici salì Rafael Sánchez-Guerra, politico di spiccata indole repubblicana. Resistette un anno, fino all’agosto del 1936 e allo scoppio del conflitto che avrebbe dilaniato il Paese e suggerito a George Orwell il celeberrimo «Omaggio alla Catalogna». La repressione e il carcere costrinsero Sánchez-Guerra all’esilio.

 

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La svolta drastica a destra e i Galacticos

Un altro presidente scaricato dalla memoria fu, e rimane, Antonio Ortega. Militante comunista e colonnello repubblicano, difese con ogni forza e ogni mezzo la capitale dall’aggressione fascista. Sconfitto, arrestato, fucilato: per non essere stato Franco. A bocce ferme, e con il Generalissimo al potere, il Real sterzò drasticamente a destra, recuperò la simbologia monarchica e scelse in Bernabeu, prolunga del regime, l’uomo del destino. E che destino: le cinque coppe consecutive, lo stadio a suo nome, la caccia dei successori agli «Zidanes y Pavones», l’epopea dei «Galacticos» e il falò delle vanità di Florentino Perez. Un viaggio in business tra i deliri della Superlega, dal cui carro l’Inter di Beppe Marotta-Schettino sarebbe scesa in fretta, al titolo di Mister Universo, come documentano i ricavi schizzati a 1.221 milioni di euro; dalla saga dei due Ronaldi (il Fenomeno e Cierre) al «miedo escénico» di Jorge Valdano, che ai ragazzi della cantera raccomandava: «Le porte della prima squadra non si aprono spingendole, ma sfondandole». Raul lo prese in parola.

 

 

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