Due piani inclinati

Gli equivoci del calcio italiano che non sono ancora stati chiariti
Alessandro F. Giudice
Alessandro F. Giudice

4 min

Pubblicato il 30.07.2026, 10:59

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Gli eventi che nelle ultime settimane hanno agitato il calcio italiano sono figli di una serie di equivoci che nemmeno l’esito della vicenda, con le scelte finali sulle persone, è riuscito a chiarire.

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Gli equivoci del calcio italiano

Il primo equivoco consiste nel pensare che la “Grande Riforma” del movimento, anzi la sua rifondazione secondo molti, possa essere affidata a ex calciatori con qualche esperienza da dirigenti di club, anziché a un manager. Per un’operazione simile servono capacità di programmare, di lavorare per obiettivi, di gestire risorse, di mediare continuamente tra soggetti istituzionali diversi, di incassare molti no con pazienza, trovando strade alternative per aggirare gli ostacoli. E poi conoscenza dei regolamenti e della macchina organizzativa, tenacia, piglio decisionale. Insomma, ci vorrebbe un Marchionne, ad avercelo, o comunque un profilo manageriale fortissimo. Dopo il fulmineo passaggio di Maldini e Leonardo si è pensato subito a Chiellini che ha rinunciato forse comprendendo, ci piace pensarlo, che un progetto così mastodontico avrebbe richiesto competenze non comuni. Il secondo equivoco è stato confondere due piani decisionali che dovrebbero restare formalmente separati, pur con aree estese di permeabilità reciproca: la Grande Riforma e la Nazionale. Dopo varie dichiarazioni di principio secondo cui la scelta del ct non sarebbe stata il punto più importante dell’agenda, ma subordinata ad altri di architettura generale, è stata proprio la figura del selezionatore a far saltare tutto in un corto circuito stupefacente. A monte, un terzo equivoco, figlio del precedente: l’introduzione di una figura quasi inedita nel nostro calcio, il direttore tecnico, la cui job description ha poca attinenza con le competenze manageriali necessarie alle riforme e molta ne ha invece con le decisioni di campo, necessariamente di breve periodo. Alla fine, la scelta ricaduta su Mancini e Ranieri, figure di grande esperienza e affidabilità, ha scontentato forse più gente di quanta ne sia rimasta soddisfatta, riportando alla luce le antiche debolezze da cui il sistema calcio italiano, e forse non solo quello, è intimamente corroso: le cordate, i protettorati, le consorterie, lo scambismo di poltrone e influenze, il provincialismo di Milano contro Roma e viceversa, i circoli formalmente costituiti e quelli informali ma non meno influenti. Uno spettacolo deprimente, insomma, che insinua un dubbio: tutto questo apparato desidera davvero una Grande Riforma che dovrebbe ripulire il sistema calcio dal groviglio di interessi e veti incrociati che lo avvolge, e rendere prevalente il merito sulla relazione? Tutto ciò di fronte all’apparente paradosso che, in un pirandelliano gioco di specchi, chi doveva farsi paladino del merito sponsorizzava candidati di merito assai discutibile, mentre la scelta finale ha ribadito come la questione delle nomine con la Grande Riforma non c’entrasse poi molto ma è servita almeno a dissipare l’equivoco e non necessariamente in senso rassicurante per la coerenza dei processi in atto. La confusione tra i due piani, la Riforma e la Nazionale, è amplificata pure dalla diversa percezione dei tempi tra gli attori in gioco: chi parlava di dieci anni, chi ribatteva che intanto si devono affrontare gli Europei, come se le due cose fossero mutualmente esclusive anziché reciprocamente interdipendenti. Perché la verità, dietro questa vicenda, è che i due piani sono sì separati, ma l’uno dipende dall’altro: senza invertire il piano inclinato su cui da anni scivola la rappresentativa azzurra, nessun Progetto troverà il consenso necessario ad attendere i tempi delle riforme. Per dirla con Pirandello: il dramma, signori, è tutto qui. 

 

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